Il verme
estro non diede beltà
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Verme!
Sulla fetida terra,
strisci.
Tra foglie profumate,
ti nascondi.
Nei meandri più oscuri,
ti intani.
Sei nato senza spina dorsale,
senza palle,
molle e viscido,
lento e impavido,
parassita dei frutti altrui,
ultimo putrido macabro respiro nel cadaverico volto.
E pure,
anche tu,
come crisalide,
puoi uscire dal tuo bozzolo,
spalancare le ali alla vita,
volare per un giorno nell'azzurro cielo,
saltare da fiore in fiore,
succhiare il nutrimento e fecondare,
o,
come falena,
girare felice intorno alla tua luce,
sfidando la morte,
e quando si spegnerà,
ti poserai,
e,
come Lazzaro,
risorgerai ad una nuova luce.
Anch'io,
mi sento come te.
E quando i palpiti dolorosi,
della sera,
avvolgono la mia solitudine,
come bolle di palombari,
lentamente,
salgono alla mia bocca,
i rimpianti
e
questo grido:
o se avessi avuto il coraggio!
©
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L'autore
estro non diede beltà
Se sei bravo puoi scoprire chi sono anagrammando il mio pseudonimo. Se non sei interessato è lo stesso. Un aiutino per chi vuole scoprirlo: L'Europa prega e lavora con sobrietà, mentre Parigi colta e mondana mostra del mio viso l'ambiguità, icona, della geniale creatività italiana.
Commenti (1)
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Giacomo Scimonelli15 giugno 2015
coraggioso paragone tra il verme e il proprio Io... riflessione profondissima ...forse siamo in tanti che non abbiamo avuto il coraggio... apprezzatissima Poesia scorrevole e ottimamente stilata

