Antipodi
Lavoro lungo le rive di un lago lontano.
Sudo e trasudo ore nell’attesa del ritorno,
lo struggente stridore dei giorni che passano
proietta il caleidoscopio di Te tutto intorno.
L’esilio penetra il candore del mio pianto,
dove si fondono solitudine ed isteria
e si libra dall’anima plumbea il mio canto:
dissonante ed atavico, folle all’osteria.
Mi squarcio le vesti dal delirio annichilito,
la Tua febbre brucia dolce il Mio volto emaciato,
nell’attesa di tornare per il giorno stabilito
anelo il fresco fremito del Tuo corpo accaldato…
E Tu, lavori lungo le rive di un mare lontano.
Appassisci nell’esorcismo del peccato dei padri;
il desiderio muore, in Te, piano piano
vergognosa di conoscere il segreto di quei Ladri.
La tristezza permea l’involucro degli orinali,
qui la ferita di Prometeo suppura in eterno
perché chi rubò le primule virginali
nel cuore della propria carne seminò l’Inverno.
Mia Luce, fuggi dagli orrori di un incarico tremendo
evadi dall’Inferno della rabbia sorda e muta,
gli occhi di un bambino danno forza sorridendo:
Amor, infondi coraggio: la speranza non è perduta.
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