Incubo
Turba il mio sonno un’imago funesta,
l’Arpia, nuda e scaltra, di me si pasce:
unghie ingorde lacerano le vesta,
cinti i miei polsi da morbide fasce.
Nel sordido gioco di membra viola
la pena del cor si tramuta in pace,
s’erige un virgulto dall’arsa aiuola
laddove tra i lombi la lingua giace.
Mostro che or temi il castigo infuocato
freme il Tuo seno al deliquio ancestrale,
dona il peccato all’Arcangelo alato:
apri le porte al perdono sponsale.
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Commenti (2)
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Marco Canonico Baca81759 agosto 2007
Bella composizione, bel lessico, fatta davvero bene.
M
Manuela Magi9 agosto 2007
rileggendola ho capito l'intensità di questa tua poesia e le sue tante metafore.Molto bella.
