Il cavaliere lungo la Tiburtina (parte terza)
Hariseldom
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Infame è dei templari la loro casta
rapiscono e violentano le donne
e uccidono in nome del loro Dio
coloro che altro Dio hanno.
Così il cavaliere lungo la Tiburtina
teneva stretta dietro di se la donna
la figlia dell'eremita ora era sua
e le gambe di lei cingevan i suoi fianchi.
Sotto il ponte del grande anello di Roma
il cavaliere scese dal suo cavallo
e ammirò le gambe di quella donna
che paura aveva ma anche orgoglio.
Giacquero sotto un gran traliccio
dove una meretrice aveva acceso un fioco
la donna diede loro il suo giaciglio
e amor che amore non è ebbe inizio.
La ragazza pianse, mai amor aveva avuto
ma di quel padre a cui fu rapita
non aveva nostalgia o voglia di ricordo
il cavaliere era lucente al sole di mezzogiorno.
Mangiarono un frugale pasto
bevvero del vino e poi ancora giacquero
poi, quando lei pensava che fosse sposa
lui la lasciò in compagnia della prostituta.
"Ora venderai il tuo corpo come fa lei
e il ricordo mio ti resterà sulla carne
come questo segno che ti lascio per ricordo"
e la croce templare con lama fece sul suo polso.
Pianse la giovane donzella
ma i cavalieri son questo
nessun onore solo violenza
e piacere loro non del cielo.
Cavalcò il cavaliere della Tiburtina
che non aveva peccati, per lui era giusto
lui era cavaliere e non conte o barone
come i figli primogeniti di ogni casa.
Non era forse lui il difensore del Sepolcro?
Poteva dunque avere ogni cosa
senza che pagasse pegno alcuno
nemmeno un briciolo di rimorso.
Così passato che ebbe l'Albuccione
passato pure il bivio di Guidonia
un odore di uova marce l'assalì
ma mentre galoppava si abituò.
Vicino alle piscine d'acque albule
montò la tenda
con il suo cavallo a far la guardia
dormì del giusto sogno del guerriero.
Ma la sorte presto gli avrebbe dato compagno
nella notte infatti un'ombra s'avvicinò a quella tenda
ma di quel che avvenne sarà solo l'alba
a raccontar la storia un altro giorno.
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