Ribellione
21 febbraio 2016
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Io posso perdonare

La fuga non è la morte,
il culto della mia libertà
è l’emblema della pietà
che ogni essere umano dovrebbe nutrire
nel limbo della propria speranza
perché tutti ne abbiamo una,
perché è immortale.
La credenza nel proprio destino
ha sempre destato eventi remoti
e la perdita del tempo andato
diviene aldilà sepolto che lega
le decisioni alle anime.
Esse si lasciano sconfiggere
solo se avallano il futuro,
un vaso di argilla rossa
è ben più aggraziato di un’anfora d’avorio
se una rosa delicata e forte vi ha dimora.
Lottare è sperare,
decidere è forza.
E se si ama
anche in silenzio
o in segreto,
la vita non è mai un ornamento
ma un orgoglio,
una scelta,
un diamante inscindibile da una lama arresa.
Mantenere il ricordo è perdonare.
Essere accarezzati, abbracciati,
baciati, tenuti sulle ginocchia
è bene vero, ed egli lo rinnega.
Egli è ciò che non si può avere,
egli è ciò per cui si farebbe meglio a partire
ma il corpo vicino gli vorrebbe restare.
La paura vince spesso un sentimento
ma un sentimento pronunciato
vince tutte le fiere e le belve dai denti aguzzi
davanti all’antro del male.
Andrò via e come cadaveri mi saluterete l’indomani,
ma io vi avrò tra i ventricoli,
fra il pane fresco che mangerò all’alba tra la paglia.
Non sono un personaggio importante
ma vorrei essere qualcuno per qualcuno.
Per la gente, per il mondo.
Lasciatemi andare, lasciatemi viaggiare,
non andrò nel cielo natio
ma sosterò nel mio errare,
bacerò ogni giorno il ricordo
e la fronte dei miei cari da lontano
ma sarò me stessa.
Non amo e mai ricambierò colui che non mi conosce,
colui che non conosco, che non amo.
Ma sospiro per colui che di me conosce
l’odore dei capelli, la seta della mia pelle
i pensieri nascosti e fa finta di non sapere.
E tace.
Io l’amo e lui lo sa,
ignora la sua paura, la chiude al mattino
fra le ante di quercia
e prende i panni che non gli appartengono.
Sotto la bandiera che sventola
il suo manto non per il vento
ma per i rimbombi delle marce dei nuovi soldati,
egli mi pensa qualche volta.
Se potessi dirgli addio senza addii,
se potessi essere così potente da farmi amare
sarei felice e scriverei il sublime e l’osservanza del bello,
io scriverei tutta la nostra vita in un momento.
Se anche voi mi lascerete al fato,
se farete di me donna del tempo
e non schiava di preconcetti e antiche religioni
se mi amerete anche quando sarò partita
e pregherete per le polveri dei miei calzari
allora io sarò io, compatirò la mia figura
per averlo lasciato in compagnia
del mio segreto svelato,
scriverò poi di voi
e ai posteri dirò:
“Io posso perdonare!”.
©
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L'autore
Matilde Marcuzzo
Matilde Marcuzzo nasce nel 1977 a Lamezia terme, in provincia di Catanzaro. Si laurea a Salerno in Lingue e letterature straniere. La scrittura, la cultura di altri popoli e i viaggi, sono sue passioni privilegiate. Ama la lettura e la poesia, predilige scrittori come Garcia Marquez, Neruda, Baudelaire, J. Rhys, Baric
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