Ognuno è a se stesso il più lontano
Il graffiante stridio
di una vibrante corda assisa
tra l’esistere ed il venir meno,
occlude ogni mia visione.
Come incauto indovino
sondo il terreno che mi sosteneva
e ricordo idolatrate virtù
oggi smarrite e rimpiante.
E delicato, mi conforta,
il dolce sussurro di un altro
tenue tramonto che vaporizza
quelle cristalline sfere
nate da insensata paura
d’aver smarrito tutto,
di non riuscire a riconciliarmi con me stesso,
d’esser schiaffeggiato dalle invisibili mani
d’un cieco e maledetto destino.
Riprovazione si affaccia all’anima
del mio più intimo alito che,
come incauta pargola, goffamente
s’aggrava sui tasti della mia natura
componendo un ultimo requiem
per le mie desiderate virtù.
E solo resisto,
esalando collazioni fra prima e dopo,
che riempiono di vive allucinazioni
quello spoglio cielo
che si aggrava sulla mia vita.
Esule da ingenue colpe,
aspetto anche un solo segno.
Confinato nel limbo, dai miei stessi passi,
attendo... fosse anche un ultimo proprio barlume.
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