Nel fiume di quel noi
Salvo Learco Angrisani
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È quando sfogliando le pagine
d'un grigio inverno,
che di due vecchi amanti
rimane un sole che opaca le ore.
Quanto di niente resta tra le mani
che tendo all'inesorabile vuoto
che ora incespica il cammino
su questa strada dove cadono
bestemmie sulla faccia
di un crocifisso nudo.
Parole d'amore rincorse dai cani
in quei ti amo ormai
svuotati dall'amaro rimpianto.
Un ti amo ustionato
sul tramonto degli occhi,
dove mani puttane
spogliano i sorrisi di poveri uomini
dentro saune d'amianto.
E vomito assenzio su quelle parole
ora pietrificate di cui invano mi saziavo.
E mi scalcia i fianchi questa vita,
in bilico, stanca,
sul precipizio degli occhi,
a lasciar scendere quell'ultima lacrima
nel fiume di quel noi
che mi soccombe l'affanno
in un desiderio che non si spegne.
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Salvo Learco Angrisani
Commenti (1)
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Rosetta Sacchi16 agosto 2017
Di un noi che non è più, resta l’impeto di un fiume, fomentato da tempeste sensoriali e scombussolamenti emotivi. La vita è mutata e “il noi” è mutato, causa gli errori, le distrazioni, i condizionamenti esterni, le ostilità (da parte di chi o cosa… non ha importanza). Assorbiti dai mutamenti, tra nostalgia e rimpianti, nelle brevi pause (di riflessione) giungiamo al rigore dell’inverno, accorgendoci di un sole scialbo. Per il resto del tempo soffriamo, stringendo il vuoto tra le mani e con l’affanno di un desiderio che non si spegne, nonostante l’attesa di un mancato perdono, unica preclusione per un ritorno alla vita. A questa interpretazione mi portano "le riflessioni poetiche" dell’autore.

