Angelo guerriero
elena rapisa
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Quanti gironi ha quest'infermo che mi consuma
e che tu chiami amore
dove sottomessa a rozze urgenze perdo me stessa.
Non v'è grido o pianto che mi salvi
e m'arrendo alla sorte che mi volle donna
perdendo fra viziose voglie vita e sangue.
Così sopprimi ogni bellezza che natura mi diede
e l'anima e il corpo ingiuri.
Tu che tenti di assolvere l'incapacità d'amare violandomi,
non senti nella tua cieca furia come il rigetto serri la gola.
Verrà il giorno del rifiuto, quando alzato il capo
senza più temerti ti volgerò le spalle
nella ritrovata dignità del mio essere donna,
pur se nell'io conscio sempre dorranno amare cicatrici.
©
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L'autore
elena rapisa
Sono una bilancia sbilanciata eternamente in conflitto fra razionalità e sentimento: il più delle volte prevale quest'ultimo. Mi abbandono sovente al sogno e mi rintano nella solitudine per meglio scandagliare il mio io segreto e riassaporare ogni attimo di gioia vissuta. Credo fermamente che amare sia sinonimo di do
Commenti (3)
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Melina Licata25 aprile 2016
Sentimenti contrastanti... Nonostante la rassegnazione in questi versi si respira anche aria di ribellione verso una situazione difficile da sostenere...
Stefano Drakul Canepa25 aprile 2016
una poesia drammatica che ha nell'intensità la sua forza devastante. B e l l a
Nunziata Mannino26 aprile 2016
Un'altalenante mistura di sentimenti che possono allontanarci da ciò che abbiamo riconosciuto come amore, ma che è solo possesso e annullamento di anima e corpo. Bellissima!



