Respiro la notte
Quanto può atterrire
questo cielo bituminoso,
criptico, sospeso, tenebroso
cosparso di sporadici luccichii,
fievoli, irraggiungibili scintillii...
Il sentimento di vuoto oscuro
e la scarsità di barlumi
attivano le restanti percezioni.
L’assenza di qualsivoglia vitalità
è terrificante, mina il senso di realtà:
un ventaglio di spilloni iridescenti
trafigge i tegumenti del corpo fisico.
Percola un tentacolare fluido magmatico,
serpiginosa emorragia, intenso inchiostro
del medesimo colore della notte, nerastro.
Spettrale visione di raggi cosmici,
meteore, che si proiettano dalle stelle
a intercettare ogni foro sulla pelle.
Dove sono spariti i miei simili?
Come trovare, nell’oscurità, indizi utili?
Qualche riverbero sonoro in lontananza...
Campanellini dalla ferrovia: un tintinnio.
Dalla chiglia del caicco: uno sciaguattio.
Un ticchettio nevrotico di tacchi
al ritorno dal turno, strapiena di pacchi.
Segnali indiretti di vita nascosta
come può esserlo la mia, incatramata
tra insani pensieri, impiastricciata
nel denso dedalo mentale
dell'atroce aporia mortale,
nell’insoddisfazione di un anelito
assillante: la sete di assoluto, di eterno.
L’universo intero, lì, all’esterno;
all’interno la morte, spazio passivo,
anticamera del sacello definitivo.
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