26 agosto (a mio nonno)
Faceva caldo quella mattina,
il pianto di mia madre
aleggiava tra muri di calce
e scale rovinate che svanivano
nella prospettiva del mare.
Forse conobbi la morte
in quel giorno di sole,
e aveva un nome, papà.
Nei ciuffi spinosi e nelle ortiche,
coi pantaloni corti
guardavo immobile
uomini sporchi di calce
trafficare sulla tomba,
e ad ogni colpo di martello
crescere la linea d'ombra
imprigionata dietrola lapide.
Tornato in strada,
mi accorsi che l'estate sgargiante
passava indifferente
al mio turbamento,
e vidi ragazzi irrequieti
aprire l'albicocca polposa,
affondare la bocca sdentata
nell'anguria succosa.
I cent'anni della tua nascita
incontrano tre decadi di solitudine
che ci separano,
ma quella carezza da sempre
mi insegue nei sogni, nei ricordi,
nelle parole portate dal vento
verso un cielo affollato di preghiere.
Da quel giorno lontano,
sovente solo
ho viaggiato per la vita,
dentro il mio petto alberga ancora
tutto il peso della tua mancanza
e tutta la leggerezza
della stagione innocente.
©
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