La trebbiatura
Dalle prime luci dell'alba il rombo scandito del motore
nelle aie delle nostre contrade rosse trebbie azionate dal trattore.
Odore di polvere nell'aria, alti mucchi di covoni
cigolii di ingranaggi, polvere e gente con forche e forconi.
Uno stuolo di uomini, ciascuno nella propria mansione
si respira allegria e si lavora con passione.
La bionda paglia, sputata dalla bocca della trebbia
dai forconi di legno sollevata
il flusso di grano dorato, alla sua coda,
a riempire i sacchi di juta sulle spalle caricati.
Tacche ben incise su un pezzo di canna
per marcare la resa del lavoro di un anno.
Il bottiglione di vino cotto
di mano in mano passato
di bocca in bocca sorseggiato.
Una soave fanciulla con la guantiera di dolci
coperta da un candido lino,
accostandosi alle persone presenti
con voce suadente le invita a gradire.
È una giovine, in età da marito,
che con modi garbati e un po' di moine
offre agli astanti pizzelle e monachine.
A debita distanza, bambini con gli occhi sgranati
osservano lo spettacolo, incuriositi e affascinati.
C'è aria di festa, sudore e lavoro
che si conclude con il meritato ristoro.
In un posto ombreggiato la mensa apparecchiata:
su un grande telo, per terra steso, tovaglie candide
con sopra piatti e al centro grosse ciotole di vivande.
Rigatoni al ragù, carne, pane e vino in quantità
offerti dalla famiglia con orgoglio e dignità
e, tutto attorno, ciascuno in vario modo accoccolato
mangia e beve, contento e appagato.
Così, bambini, giovani e vecchi, tutti in allegria
si vivono questa festa in piacevole compagnia.
Questa è la memoria che mi è restata
di una civiltà contadina ormai tramontata.
©
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L'autore
Mingo Di Falco
Sono un ex preside di scuola media. Solo da poco ho iniziato a scrivere alcuni componimenti, partendo da riflessioni sulla realtà ambientale e socioculturale della mia origine. Sono abruzzese di nascita. Ho fatto i miei studi a Padova dove sono rimasto. Da pensionato torno nel mio paese d'origine più spesso e per lungh
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