L’artefice della mia vita
Leccio Faggio, Rovere, Frassino,
si trasformano in fuoco e cenere nel camino,
rischiarano la cucina con il furore della loro anima
che brucia via nell’infinito.
Annientato bosco di stracci, il cortile confine
si fa buio, e le nuvole si apprestano alla notte.
Quando si muore l’anima forse si quieta
rischiara però gli occhi di lacrime, in chi rimane,
si tace per sempre l’affanno, del respirare affanni.
Vedo la luna accendersi tinta di uno eccentrico colore,
lo stesso della fiamma, tra il rosso e l’azzurrino,
così sarà pensavo, quando morirà mia madre.
La luna fiorirà dei suoi colori, ed io distante non potrò abbracciarla
E dirle che comprendo il suo interminabile sacrificio.
sei stata immensa, ed io silente,
però da madre sai quanto ti voglio bene.
Ad ogni incontro cingo il tuo vecchio corpo con le braccia
Per consegnarti abbracci
Che ti riscaldino nelle sere in cui osserverò la luna,
immaginando di abbracciarti ancora.
©
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