Il cellulare
Cosa avranno da dirsi
quelle persone
che in continuazione
han l'apparecchio
incollato all'orecchio?
Sono schiavizzate
da quest'invenzione
che non ha stagione.
Squillare lo sento
in ogni momento.
Di giorno, di notte,
dovunque ti trovi,
ne scopri di nuovi:
ché quelli ieri nati
son già superati.
Pur nelle chiese
lo senti suonare,
da fare voltare
gli altri fedeli
con sguardi "crudeli".
Nulla da dire
quando 'l suo uso
non diventa abuso
e chiama l'aiuto
per soccorrer 'l ferito.
Si parla di crisi,
che calan i consumi,
ma di questi e dei profumi,
di cui si può farne a meno,
si fa ancora il pieno.
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Commenti (1)
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A
Antonio Terracciano8 febbraio 2017
E' una poesia semplice, schietta, le cui piacevoli rime cercano forse di addolcire la spiacevole verità di cui essa è portatrice. Se il telefono fisso (e non per caso, ad esempio, già Proust e Freud lo detestavano) è il rappresentante del simulacro della vera conversazione, il cellulare è il simulacro di un simulacro. Sono d'accordo con il poeta che esso dovrebbe essere usato solo in casi eccezionali (per chiamare urgentemente un medico, un poliziotto...) , mentre il suo abuso (come quello del telefono, del resto) disabitua sempre più alla vera conversazione, quella faccia a faccia: quando essa arriva, ci trova non allenati e viene trasformata in uno scambio di parole alquanto superficiale ed impacciato.