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Riflessioni 8 febbraio 2017 · lettura 1 min · 867 letture

Il cellulare

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Lucillo Dolcetto 210 poesie pubblicate
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Cosa avranno da dirsi quelle persone che in continuazione han l'apparecchio incollato all'orecchio? Sono schiavizzate da quest'invenzione che non ha stagione. Squillare lo sento in ogni momento. Di giorno, di notte, dovunque ti trovi, ne scopri di nuovi: ché quelli ieri nati son già superati. Pur nelle chiese lo senti suonare, da fare voltare gli altri fedeli con sguardi "crudeli". Nulla da dire quando 'l suo uso non diventa abuso e chiama l'aiuto per soccorrer 'l ferito. Si parla di crisi, che calan i consumi, ma di questi e dei profumi, di cui si può farne a meno, si fa ancora il pieno.
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Commenti (1)

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Antonio Terracciano8 febbraio 2017

E' una poesia semplice, schietta, le cui piacevoli rime cercano forse di addolcire la spiacevole verità di cui essa è portatrice. Se il telefono fisso (e non per caso, ad esempio, già Proust e Freud lo detestavano) è il rappresentante del simulacro della vera conversazione, il cellulare è il simulacro di un simulacro. Sono d'accordo con il poeta che esso dovrebbe essere usato solo in casi eccezionali (per chiamare urgentemente un medico, un poliziotto...) , mentre il suo abuso (come quello del telefono, del resto) disabitua sempre più alla vera conversazione, quella faccia a faccia: quando essa arriva, ci trova non allenati e viene trasformata in uno scambio di parole alquanto superficiale ed impacciato.