La città vuota

Sono una bilancia sbilanciata eternamente in conflitto fra razionalità e sentimento: il più delle volte prevale quest'ultimo. Mi abbandono sovente al sogno e mi rintano nella solitudine per meglio scandagliare il mio io segreto e riassaporare ogni attimo di gioia vissuta. Credo fermamente che amare sia sinonimo di do
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E’ il ritratto di una città, ma anche di un’anima lacerata dal dolore, quello tratteggiato da Elena Rapisa ne “La città vuota”. Si evidenzia “un senso di paura” e quelle mura silenti che trattengono “l’odore di risate polverizzate e detersivo scadente”. La figura misteriosa passa oltre, non varca la soglia dei ricordi, lascia correre i fotogrammi della sua vita, che “rotolavano lungo gote e giù, giù per solchi profondi e tristi del viso scavati dall’amarezza”. La lirica appartiene, a pieno titolo, al filone della fotopoesia che “fotografa la realtà” e la scompone, laddove le case, “perduto il colore si stagliavano scure, più oscure del cielo, più nere dei pensieri”. Nella chiusa il rimando all’ombra delle cose, dell’apparenza.

