L’alba che aspettava
Prima, quand'ero piccolo acchiappavo l'aria con le manine poi le lucciole, poi le lucertole poi acchiappavo le nuvole; ed ora che sono cresciuto acchiappo i fantasmi da adulto
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Un’attesa che termina con una realtà che non si può disconoscere, il deserto. Un deserto dell’anima e del cuore che, personalmente, non credo possa dare vita a fioriture. C’è il ricordo che definisco vivo, anche se qui “vivo” sembrerebbe una contraddizione di un’alba amara, misteriosa, dolente, dove il sogno muore e il desiderio si spegne. E a chiusura la consapevolezza chiara d’una realtà che non ha lasciato scelta. “Bevvi l’acqua insana!” Ed è un’esclamazione di fronte alla quale l’anima quasi inorridisce…
L'Autore parla schietto, ed è efficace, qui, a rendere l'immagine scarnificata o cruda della sofferenza che arreca alla persona la perdita di un grande amore. Lei ha scelto un altro e lo lascia nella più sterile solitudine e nel silenzio dove prima era musica, che lentamente non si ode più... Il risveglio dal suo sogno d'amore interrotto è gelido come l'alba che lo attende col suo sole amaro a seguire. Le "primavere ghiacce" di acqua sporca come metafora di una vita sconvolta alla radice, dalle stagioni al cuore, agghiacciato anch'esso nel dovere piegare quel desiderio vitale al ferreo e immodificabile destino-

