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Dialettali 8 novembre 2007 · lettura 3 min · 1863 letture

Studio laiv

Ermanno Volterrani 13 poesie pubblicate
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A giorni arterni, dar lunedì ar venerdì, chi vole fa’ ginnasti’a e rimane’ sur pezzo, sortendo dal lavoro, attorno a mezzodì, o quand’è guasi buio, verso le sei e mezzo, collo zaino a tra’olla, se ne va bel bello ed entra ‘n palestra girando dar tornello. La mia si ‘hiama “studio laiv”, è ganza e tu vedessi, ci va un branco di gente! C’è ‘r barrino, la sala della danza e lo spinny: un ci manca propio niente. La sala pesi, un gran fottio di specchi, bicirette finte, attrezzi novi o un po’ più vecchi. L’istruttori, dar fisi’o morto bello, c’hanno ‘r petto ‘he paiano scorpiti da Mi’helangelo o dar grande Donatello, da tanto ‘he c’hanno ‘ muscoli ‘nduriti. Mentre le bimbe fanno ‘nvidia a tutti A quelli belli, ma più che artro a’ brutti. Boia! Le tabelle ci fanno sbombolà! Si gronda, si dura un branco di fati’a! Te mi dirai: “ma cosa ci vieni a fa’? ” Lo so, ma armeno fammi di’ la mia! Ci vengo per butta’ giù tutta ‘sta ciccia O per mangia’ di più quarche sarciccia! Faccio la lat-mascin, pe’ sviluppa’ ‘ dorsali, l’adducto, per rinforza’ l’interno ‘oscia, la panca, pe’ ‘sti popò di pettorali e ‘r torsio, per indurì la pancia moscia. Quarche manubrio colle mani a morza Eppoi un po’ di siclet e un po’ di ‘orza. E alla resa de’ ‘onti, verso l’una e mezza, cosa riporta la tabella ‘nfame, così, tanto per chiudere in bellezza, quando t’arrovelli da’ morzi della fame? Sulla panca, sdraiato, piedi all’insù… e addominali, fino a un potenne più! O bimbi, allora ‘na fati’a ‘ome quella ‘he duro ‘n quer momento, vi giuro, un l’ho mai provata ‘n vita mia… e l’urtima serie… la finisco a stento. Poi lo strecci, pe’ scioglie’ un po’ le braccia E finarmente, sfatto, vo’ verso la doccia. Grondante, nello spogliatoio accedo, levo la roba di dentro allo stipetto, dar vapore… di vì a lì un ci vedo e a stento distinguo le panche dirimpetto. Poi mi fiondo sotto ‘r getto abbollore Che mi liberi da tutto ‘ver sudore. Chi scivola ‘n ciabatte, chi s’asciuga, quarcheduno un penza artro ‘he a mangia’, chi sfoggia un’immaginaria tartaruga, chi è guasi pronto e se ne vole anda’. Una battuta, ‘no scherzo, ‘na risata, insomma, ringalluzzisce tutta la giornata! Lardominali, bruscoli e tricipiti, dello spetta’olo superbi prim’attori, dertoidi, pettorali e quatricipiti si rilassan, esausti, tra pracidi cramori. Dall’uscio, saluto con la mano scartro Ed urlo ner vapore: “bona! … a domallartro! ”
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