Perduta esistenza
Perduta donna
nella cecità del mio io senza riflesso
ti vedo ora
nelle visioni anelanti di un frammento
di specchi o dolore che graffiano il silenzio
che spargono l’inquietudine semenza
sulle terre di voci incolte al mio palpito sentire
un urlo
di bellezza e piume
ciondola come capelli
sui visi cristallo dei giorni fragili
perduta radezza
sull’intricato orizzonte salsedine
a corrodere le issate vele d’un pianto
amputate lacrime sferzate dal passato
lasciandomi in deriva di te
sulla zattera delle mie ceneri
quando son arso al sole delle trincee estive
un saluto
di foglie e purezza
sverna come rugiada
sulle mani giunte di viscerale lontananza
perduta iridescenza
col veleno sventolato sulle bocche
l’alito barbaro assale il vuoto
che pian piano si fa strada sulle mie vesti
fino a giungere nudo di nausea e di te
rimango inerme con occhi dimenticati
in un ieri che ha socchiuso il suo sguardo
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Commenti (1)
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Giorgia Spurio20 aprile 2018
E leggo e vedo quella donna. Perché l’uomo perde le cose importanti e lo capisce troppo tardi dando colpa al suo essere cieco? Ci sono delle immagini bellissime "un urlo di bellezza e piume". Lo vedo, quel volto, di cristallo. E poi le metafore legate al mare delle lacrime di salsedine, un mare su cui galleggia "zattera di ceneri", un sole che crea "trincee". L’essere nella sua pena si manifesta nel verso, nel linguaggio legato alle immagini, si chiude sulla nudità, la nausea e il ricordo, si chiude con gli occhi inermi, con lo sguardo di chi rimane bloccato nel passato. bella

