Dall’alto
In fondo, ogni affanno del presente
annida nella mente degli uomini
una frenetica voglia
di elevarsi.
Un brulichio di soliti sguardi
e di lente azioni
mi ronza in mente
e fa di me una cavia,
cavia che stringe
la mano della morte
mentre crede
ingenuamente
d’essere felice.
Da quassù non si sente nessun
invadente chiacchiericcio,
non arriva il freddo
che lì sotto straccia i corpi dei poveri,
non si prova quell’amore che resiste
alle devastazioni d’ogni vita
sotto quei tetti innevati.
No, qui non si prova nemmeno dolore,
ma c’è un senso di impotenza
che riempie quest’apatico silenzio
e straripa in ogni dove,
e quasi toglie il respiro.
Urlano i ricordi,
mentre sprofondo nei misteri della mia anima,
ed hanno ormai vita propria
nell’impossibilità mia di relegarli
in soliti paradisi della mente
ad attendere rosei futuri.
Ora, con questa lontananza,
hanno senso quei vicoli
che ho odiato a furia di percorrerli,
mi frulla in testa ogni odore,
mi manca la ristrettezza,
il limitare lo sguardo d’ogni siepe.
Che voglia di ripercorrere
le mille contraddizioni
che contengono quelle vuote strade
che ingenuamente
s’evita di percorrere;
quelle strade che ora osservo
irrequieto da quassù,
mentre, proprio adesso, lentamente,
senza più rimedio, perdo
le particolarità che fanno un uomo
quello che lo rende tale.
©
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