Una lettera
È scesa repentina già la sera
e ti scrivo da questa solitudine
sebbene la mia ànima sia nera,
per la tua disumana ingratitudine.
E sto seduto al tavolo, bevendo,
nei miei pensieri assorto, in questa ruota
dei bei momenti andati ormai, scrivendo,
e guardo quella sedia tanto vuota,
sì vuota da sembrare la mia vita.
E il buio che improvviso presto cala
come una coltre scura ed infinita
al cuore ancora lacrime regala.
Che pace c’è però da quella sera.
Ma pace inaccettabile per me,
che ormai avvezzo a venti ed a bufera
non riesco a immaginarmi senza te.
Non ho paura di restare solo;
sai bene che a soffrire sono bravo.
Ma se l’amore resta qual bocciolo,
se il sentimento cresce poco, ignavo,
non resta che osservarne già la morte.
Con le sue mani prende solitudine
Il cuore mio stringendolo sì forte
che tosto annulla quella valetudine
che già riusciva a farmi sopportare
quelle ferite gravi da te inferte,
quelle sfuriate inutili a me care
e giaccio qua seduto, ormai inerte.
Il libro mio è giunto alla sua fine.
Innalzo la bottiglia del nepente,
lo verso e dico addio alle mie spine,
a questa vita inutile e avvilente.
©
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