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Dialettali 23 luglio 2019 · lettura 2 min · 946 letture

Parlà a vanvera

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Sabrina Balbinetti 605 poesie pubblicate
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Coreva l’anno millesseicento, e l’aristocrazzia venezziana, viveva un fervidissimo fermento come la nobbirtà napoletana! Le nobirdame, a corte, nei palazzi oppure passeggianno nei giardini, vivevano teribili imbarazzi pevvia dei gass drento l’intestini. Le donne blasonate sui sagrati co’ ombrellini in seta e cappellini, costrette a mascherà li vari sfiati mollati tra sottane e abbitini! Quarcuno ebbe ‘na bella intuizione, così inventò un aggeggio portentoso, da mette’ in una data posizzione su lo sfintere anale “bellicoso”! La VANVERA, appunto, lo strumento, fatto de pelle in vari colori, serviva quindi a catturà er “vento” dotato ner suo inzieme de du’ fori... La prima parte, a coppa, aderiva a le chiappette de la damigella, questa sfociava, anzi, interaggiva co’ un tubbo stretto fatto de budella. Er tubbo, poi finiva in una sacca (che riceveva i gass intestinali) onde evità che la puzza de cacca aruvinasse i vincoli sociali! La sacca, poi, ben chiusa e siggilata da un legaccio fatto co’ lo spago, veniva prontamente libberata lontano da “signori” in modo vago! Così spiegato er detto popolare: ovvero PARLA’ A VANVERA ogni vòrta sentimo la voja de fa er luminare parlanno cor didietro a chiappa sciorta! Mòrti politicanti, ar giorno d’oggi, addoprano er linguaggio der futuro se cercano alleanze, ugnoni, appoggi e a VANVERA “comizziano” dar culo!
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