Parlà a vanvera

Coreva l’anno millesseicento,
e l’aristocrazzia venezziana,
viveva un fervidissimo fermento
come la nobbirtà napoletana!
Le nobirdame, a corte, nei palazzi
oppure passeggianno nei giardini,
vivevano teribili imbarazzi
pevvia dei gass drento l’intestini.
Le donne blasonate sui sagrati
co’ ombrellini in seta e cappellini,
costrette a mascherà li vari sfiati
mollati tra sottane e abbitini!
Quarcuno ebbe ‘na bella intuizione,
così inventò un aggeggio portentoso,
da mette’ in una data posizzione
su lo sfintere anale “bellicoso”!
La VANVERA, appunto, lo strumento,
fatto de pelle in vari colori,
serviva quindi a catturà er “vento”
dotato ner suo inzieme de du’ fori...
La prima parte, a coppa, aderiva
a le chiappette de la damigella,
questa sfociava, anzi, interaggiva
co’ un tubbo stretto fatto de budella.
Er tubbo, poi finiva in una sacca
(che riceveva i gass intestinali)
onde evità che la puzza de cacca
aruvinasse i vincoli sociali!
La sacca, poi, ben chiusa e siggilata
da un legaccio fatto co’ lo spago,
veniva prontamente libberata
lontano da “signori” in modo vago!
Così spiegato er detto popolare:
ovvero PARLA’ A VANVERA ogni vòrta
sentimo la voja de fa er luminare
parlanno cor didietro a chiappa sciorta!
Mòrti politicanti, ar giorno d’oggi,
addoprano er linguaggio der futuro
se cercano alleanze, ugnoni, appoggi
e a VANVERA “comizziano” dar culo!
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