Il Pappagallo
Che vita, che non spicca mai il volo,
mi sento sempre solo, e ci sto male;
neppure un animale, che disdetta,
magari una capretta o, cosa strana,
la gracidante rana per parlare...
devo accettare che divento matto;
è già fuggito il gatto sopra il tetto,
e mi son detto di finirla lì.
Non fu però così. Se si è capito,
non ho nemmeno un dito di buonsenso,
ma faccio quel che penso e spesso sbaglio;
e non so dare un taglio a questo andazzo.
Mi vesto e come un razzo mi incammino,
che proprio qui vicino c’è chi vende
le bestie più stupende e balza in mente
l’idea più divertente: un grande uccello
e pure che sia bello e colorato!
Ho in mente, emozionato, un pappagallo.
Ormai che sono in ballo... scelgo e pago.
Un brivido un po’ vago mi tormenta...
che cosa lo alimenta non saprei;
eppure non dovrei più preoccuparmi,
e basta con gli allarmi. Ora gli insegno
a voce o col disegno a scimmiottare,
o meglio ad eco a fare alle parole
com’è che fare suole questa razza;
invero, anche la gazza; ma tant’é.
Davanti a un buon caffè, noi ci si guarda,
la sera si fa tarda ma non parla,
un dubbio già mi tarla... e gli domando.
mi dice: "mai a comando, sono offesa!"
S’innesca una accesa scaramuccia,
ché è una femminuccia! Altro che amico!
E tutto ciò che dico mi contesta:
mai scelta più funesta! Meglio solo!
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