Le voci della montagna madre
Dalla cima accesa dell’occaso
Giung contemplava la Maiella;
la sera scendeva come una preghiera
e nel petto le batteva una tristezza
antica come un canto senza fine.
.
Non era un dolore recente: era musica,
intessuta di ombre, echi e memoria,
ricordi che urtavano nel sangue
senza concederle il dono del silenzio.
.
Alzandosi, il peso si fece più profondo;
una nebbia amara le velò gli occhi
e dovette fermarsi sulla soglia
del sentiero che apriva la partenza.
Sapeva - pur tacendo - che partire
la lacerava più di ogni nome.
.
Quel luogo le aveva donato ciò che altrove
nessuna dimora avrebbe potuto offrirle:
una quiete primordiale e profonda,
come se il tempo lì non fosse ferita,
ma radice, respiro e permanenza.
.
Dal primo sguardo tra le fronde comprese
di appartenere al bosco,
o forse che il bosco abitasse in lei
come una lingua antica sulle labbra.
Restava lunghe ore ad ascoltare
i minimi sussurri della vita:
lo sfiorare lieve dell’insetto nascosto,
il ramo che mormora nel vento,
lo scricchiolio verde della penombra.
.
Ogni suono era riconoscimento;
chiudeva gli occhi e il bosco respirava
con un ritmo segreto e accordato,
senza chiedere promesse né risposte.
Quel patto muto, senza parole,
era la perdita più insopportabile.
.
Scese lentamente lungo il sentiero,
sfiorando gli arbusti con la mano,
come chi tocca volti antichi
prima che la notte li disperda.
.
Allora comprese di non partire
per volontà nata dal desiderio,
ma perché un’altra forza, più lontana,
la chiamava fuori da quel regno.
.
Si fermò un istante tra le ombre
e sussurrò al battito delle foglie:
.
- Che io possa tornare... non dimenticatemi. -
.
Sapeva che gli alberi non ascoltano
come gli uomini ascoltano le preghiere,
eppure immaginò la propria traccia viva
custodita nella linfa segreta,
nella memoria lenta dei tronchi,
nel vento che scrive senza parole.
.
Ricordò allora Yamabe no Akahito,
quando cantava primavere e ciliegi,
fiori distesi sui sentieri di luce
come neve che cade sulle montagne,
imbiancando in silenzio le colline solitarie.
.
Si vide in quei fiori e in quelle nevi:
bella e fugace nel suo passaggio,
destinata a lasciare appena un’eco
sulla vasta pagina del tempo.
.
Alla fine dell’antico sentiero
si fermò ancora, senza voltarsi.
Intuì che forse sarebbe tornata,
anche se quel ritorno - se mai giunto -
non le sarebbe appartenuto del tutto.
.
Perché il destino, oscuro e silenzioso,
è l’unico a conoscere il compimento.
©
Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
A
Tutte le opere →
L'autore
Arelys Agostini
Arelys Agostini, Italo venezuelana; è una poetessa "dilettante". Le sue poesie sono un viaggio attraverso emozioni crude e speranze tenaci, espresse con un linguaggio che danza tra passione, denuncia, introspezione, e il suo impegno nel denunciare le ingiustizie, senza perdere l’ironia. La natura è spesso presente nel
Commenti (0)
Accedi per lasciare un commento.Accedi
Ancora nessun commento. Scrivi il primo!