Il seme dei ricordi
Le città che non senti al telegiornale,
grigie, afose d'estate e piovose in inverno.
Dalla periferia non arrivi mai in centro,
niente monumenti da cartolina ne corsi con vetrine lucenti.
Le mura di cinta non sono medievali,
ma di cemento armato prefabbricato,
indifese di fronte alle ciminiere,
che gli strizzano il collo ogni giorno.
È il prezzo che si paga,
per il lavoro precario,
come il luogo in cui viviamo,
pronto per essere lasciato.
Si nascondono storie banali e scontate,
una città fatta per i sognatori che hanno il coraggio di restare.
Scacciati da chi costruisce insidie per il pensiero,
da chi troppe pacche sulle spalle distribuisce.
Fanno di noi piccoli esseri verdi,
extraterrestri nella nostra casa,
con il cortile infangato,
dalle parole portate dal vento.
Ci ritroviamo un giorno nella nostra città,
sola ed affamata di sorrisi,
nessuno che discute all'angolo della strada,
il bar in piazza tenuto insieme dalla veranda in plastica.
Siamo soli ed indifesi,
restano solo i ricordi del bambino,
aggrediti dalla coltre di fumo,
il gelato nella destra il padre alla sinistra.
Ride del disprezzo a cui siamo giunti,
perché apprezziamo momenti non così felici già vissuti.
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Commenti (2)
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B
Benito Ciarlo10 novembre 2008
E' un urlo di rabbia e, al tempo stesso un gemito di dolore. Un finale enigmatico che nasconde antitesi alle quali si vorrebbe sfuggire. E' la condizione umana delle città dormitorio, aggredite dai miasmi che troppe leggi avrebbero voluto eliminare per sempre e che invece persistono per degradare una condizione nata "senza mura medioevali" a far da usbergo. Una pagina di denuncia che non può essere tacciata di prosaicità: "extraterrestri nella nostra casa... scacciati da chi costruisce insidie per il pensiero" è poesia e pure molto efficace, secondo me.
Rosa Leone11 novembre 2008
ben descrive i momenti di difficoltà dentro e fuori la carne, dentro e fuori le mura ... bella, molto vera e profonda nel suo concetto...
