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♦ Pierfrancesco Roberti |
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All'inizio di un'ora di sostituzione, a scuola (le sostituzioni possono essere più o meno piacevoli delle normali ore di lezione, secondo le classi in cui si va a prendere il posto dei colleghi assenti; purtroppo spesso si ammalano - e ne hanno ben donde - proprio gli insegnanti delle classi più problematiche!) , mi misi, come mio solito, a leggere l'elenco degli alunni, sia per dar sfogo alle mie curiosità onomastiche sia per vedere se ne potevo conoscere qualcuno.
M'imbattei in un cognome uguale a quello dei miei vicini di casa di quando ero ragazzino. Feci delle domande all'alunno che lo portava, e dedussi, con qualche sforzo, che costui era il pronipote del capo di quella famiglia che abitava allora proprio di fronte alla mia. "Sono stato amico del tuo bisnonno! ", gli dissi, forzando un po' la realtà (allora, io avevo dieci anni e lui settanta) . L'alunno ebbe una reazione silenziosa, ma sul suo volto lessi un'espressione di incredulità, seguita subito da un'altra quasi di sgomento: il bisnonno era per lui morto nella notte dei tempi, ed anch'io, a causa di quella parola ("amico") , dovevo sembrargli provenire da chissà quali recessi del passato, assumendo ai suoi occhi l'aspetto di un fantasma!
Del resto, se mi mettessi ora, ad esempio, a parlare con un bambino dei miei ricordi del Sessantotto (quando ero ancora adolescente), ricordi che, per quanto vaghi, a me sembrano di ieri, susciterei nel bimbo lo stesso senso di estraniazione che avrò sicuramente provato io quando, da piccolo (sarà sicuramente successo), qualcuno della mia età di adesso mi dovette parlare delle sue esperienze di soldato durante la Prima guerra mondiale (e un ipotetico signore di ottant'anni avrebbe potuto raccontarmi allora un suo viaggio da giovane a Parigi in piena Belle Epoque, con la Tour Eiffel appena costruita, col "mé tro" ancora da inaugurare, e con magari Toulouse- Lautrec intravisto mentre dipingeva qualche ballerina seduto a un tavolo del "Moulin Rouge" ...)
Il mio nonno paterno (che io praticamente non ho conosciuto, perché morì quando avevo un anno) era nato nel 1874. Potrebbe esserci stato, quando lui era un bambino, qualche uomo novantenne in paese capace di raccontargli, ricordandosene, l'arrivo, nella sua e mia cittadina, dei Francesi, a sostegno della sfortunata ed effimera Repubblica Partenopea...
Alle famose categorie proustiane del tempo (quello perduto e quello ritrovato) se ne dovrebbe aggiungere un'altra, quella del tempo deformato (che Proust non nomina, ma del quale comunque ci fa intuire l'esistenza nella sua opera), cioè di quello che da piccoli crediamo esistere soltanto nei libri di storia, e che invece ci impressiona e ci turba alquanto, perché lo vediamo così accorciato, quando lo sappiamo vissuto da persone in carne ed ossa davanti a noi (alle quali, invece, il difficile confronto con le nuove generazioni lo fa allungare) .
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mi trovi in sintonia con quello che hai scritto. (andrea sergi)
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Apprezzata e condivisa riflessione! (stelsamo)
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