Lettera ad un amico
Ancora un anno è passato. Ancora una volta è tornato il Natale di Gesù a portare tanti buoni proponimenti, tanto stimolo alla ricerca di un contatto umano – dopo dodici mesi trascorsi in solitaria animalità – tanto desiderio di annullare la propria individualità rifluendo tutti nello spirito del mondo. Ma l'uomo è ormai disavvezzo. Sparge il suo denaro, ridirezione freudiana della pulsione a spargere se stesso, in un aberrante connubio tra avere ed essere, nell'illusione delirante di darsi alienando gli averi che già "mise in borsa". Ricordiamo, allora, che soltanto Qualcuno ha dato se stesso e il Suo sangue perché l'umanità fosse di nuovo partecipe di quel Tutto divino perso per la sua folle hybris; e come questa nascita dovrebbe far riscintillare l'anima immortale della quale la nostra argilla è indiata, così ricordiamo un'altra nascita che parla a quel divini aliquid nel nostro cuore mortale, se solo sappiamo cercarlo.
Caro Wolferl. Anche nei momenti più cupi, quando nella nostra immensa presunzione sembra che l'universo intero congiuri contro la nostra faticosa felicità, quando tutto perde interesse e si copre di uno squallido sudario di indifferenza, uno dei crucci più cocenti è quello di aver perso per sempre (tutto è "per sempre" nei nostri pensieri dissennati) il contatto con la tua musica. Che pian piano ritorna. Dall'inconscio, forse. Ora è la mano che tamburella sul bracciolo di una poltrona l'allegro della K. 330 o che si muove sul mancorrente di un autobus nell'Adagio del K. 216; ora è nelle orecchie il sussurro del vento che mima il flauto di Papageno; è Peter Maag in TV che parla di te come d'un dio e dirige il Laudate Dominum dai Vesperae solemnes, la struggente melodia del soprano sopra il mormorio sommesso del coro, rammentandomi con dolorosa dolcezza che vorrei ascoltare proprio il Laudate Dominum prima di morire (dato che il mio demone personale non è così forsennatamente orgoglioso da richiedere l'Ave Verum). E dall'inconscio si fa consapevole. Riprendo, come in una rivisitazione di me fanciullo, ragazzo, uomo e vecchio – ormai – o dovrei dire anziano?, die Entfurung e la Haffner. Se Dio vorrà torneranno anche il Flauto, il Don Giovanni, il Requiem e tutto il resto.
Con un po' di vergogna, ma sempre da innamorato, ricorro a te ora che sto male, Wolferl. Ti chiedo soccorso. Alle tue creature, che mi riinsegnino a vivere, che mi aiutino a morire.
Sono nato (nel 1938) a Roma, dove ho sempre vissuto - salvo viaggi di diporto o di lavoro - nel rione Prati. Ho amato e amo moltissimo la mia città, visitata, fotografata e camminata assiduamente finché gli ingravescenti acciacchi non mi hanno limitato nei movimenti (a Roma se disce: a chi tocca 'n ze 'ngrugna). Scrivo
La bacheca del racconto
Le sensazioni lasciate dai lettori.
come mai non si riesce a decifrare? (Jeannine Gérard)
Commenti (1)
Lo dico da sempre così come siamo combinati non serviamo a nessuno neanche come disabili. Siamo asini volanti raglianti al cielo il nostro immenso dolore fisico
per una vita vissuta sprecata a scrivere quattro prose di chiacchiere chiamate le mie poesie per caso neanche adatte per fare beneficenza per altri scemi di salute che soffrono inutilmente come noi. Se c'è un Dio, un Cristo, una madonna, un santo, un qualsiasi beato devono farci la grazia di drogarci la mente per accettare questo vivere è umanamente troppo ignobile ... in alternativa voi che state in cielo ci dovete dire come possiamo ammazzarci per non soffrire mai più... i mei strilli quando il dolore si fa amico io tocco il cielo con un dito... eeh a te come va caro Claudio
