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Biografie e Diari 18 dicembre 2012 · lettura 4 min · 1036 letture

Punto e a capo (prima parte)

Pasqui 219 racconti pubblicati
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Ero tutt’ uno con le stagioni, ricordo, in primavera profumavo come le rose, e i pensieri tra piccole nuvole immaginate, venivano fuori da me cantando. Una volta uscito dal letargo dell’ inverno rigido, cercavo acqua d’ amore nel prossimo diverso. Volavo come un’ ape in cerca del polline, ma più che altro, cercavo in me stesso addormentato, quel me, che la natura aveva assopito, o seccato nella stagione invernale tra il vento sibilante e la pioggia scrosciante. In poche parole, ero una foglia secca che si rivestiva del verde colore del risveglio. Sì, penso che tutti noi siamo parte integrante della natura stessa, con le sue fasi cicliche e le bizzarrie del tempo. Cambiamo pelle, e a volte anche l’ anima con le stagioni che si susseguono a ritmo di quello che noi chiamiamo tempo, o giro della terra. Mi ritrovavo felice di respirare la nuova venuta al mondo, mi ricongiungevo sorridendo, al risveglio del tutt’ uno nell' abbraccio caldo, dove ogni cosa prolifera e si mostrava fiera di appartenere a questo pianeta che gira nel silenzio dell’ universo, e che, si espande e si distende, per raggiungere chi sa cosa, o quale traguardo. Germogliavano le spighe nel campo, ricordo. Sorrideva la gente, per un nulla. Il sole con i colori accesi dei suoi raggi, dipingeva ogni cosa, svolazzavano nell'aria colorate farfalle gialle, stanche poi, si riposavano sui muri delle case. Tutto prendeva colore, tutto diventava caldo. Scoppiettavano le rose quando sbocciavano, e le rondine nel cielo con traiettorie particolari, disegnavano la felicità con il loro volo alto. Si aprivano i cuori come le rose, si avvertiva amore nell’ aria e si cercava la porta d’ ingresso nel magico divenire della bella stagione. A quel tempo, ero adolescente, ero magro come un cerino, dentro di me, portavo un cesto colmo di frutta, di buoni proprositi e voglia di conoscenza. Ancora non mi appartenevo, dei fili invisibili che non vedevo, mi legavano al ventre della vera genitrice di tutti noi: “ Madre Natura.” Con essa, ancora stavo in simbiosi, respiravo quello che di sacro ci offriva, insomma, respiravo quel qualcosa di magico che col tempo tutti noi perdiamo. Col tempo che passa, ci separiamo, diventiamo adulti, e senza accorgercene ci allontaniamo dal ventre del tutt’ uno, perdendo e tagliando gran parte delle nostre origini, è così, che cominciamo a sentirci soli al mondo e senza madre. Mi piace il jazz … Spesso l’ ascolto e volo fuori dal mio involucro e dal muro che recinta la vita. Spesso, voglio respirare profondamente l’ essenza di questo sogno che vivo; altre, mi assopisco al ritmo quotidiano e lo bevo come un veleno, anche se non mi piace. Scoppiettavano le castagne sul braciere infuocato dalla fiamma del calore di mia nonna, era autunno inoltrato. Le ciliegie sulle gote di mia madre erano rosse come il sangue. Quando mio padre sorrideva, una farfalla si posava sulla sua bocca. Il primo bacio è stato come mangiare un gelato; solo col tempo, una fata m’insegnò come si gustava il bello dell'amore che si annidava nella bocca. Nostalgia … no, non è rimpianto del tempo passato e nemmeno malinconia, e tornare indietro per andare avanti. Mettere punto per svoltare.

 

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I fatti e i personaggi narrati in questo racconto sono frutto di fantasia: ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
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L'autore
Pasqui

La bellezza dell’essere sta nella tolleranza, nella comprensione, nella fiducia, nell’accettare il diverso che dentro di noi muta. Nel porre soprattutto ogni giorno, fiducia alla vita. Sono sempre interessato a quello che accade dentro di me, sin da piccolo, in particolare a come rotolano le biglie sul tappeto ver

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