45 lettori online · 355.928 poesie · 7.971 autori
La Piazza Entra Iscriviti
S Scrivere Poesie & Racconti
Pubblica
Home Racconti Amore
Amore 6 novembre 2014 · lettura 22 min · 1259 letture

"Un'altra vita" cap. 30

M
Michele Serri 58 racconti pubblicati
+ Segui


 "Sono con te...” questa fu la sua
  concisa ed immediata risposta.
  Sergio sentì con
  enorme emozione la quasi contemporaneità con cui gli era
  arrivata, quasi fosse stato il suo stesso cuore a premere i
  tasti delle parole del messaggio, come se i loro pensieri
  fossero così intimamente connessi da viaggiare
  all'unisono, e capaci di travolgere le logiche della
  fisica e del possibile.
  Ancora impulsivamente
  le scrisse “ aspettami...” e ancora, quasi simultanea,
  gli arrivò la risposta, come un tonfo nel suo cuore
 “ sempre ti aspetto, da sempre ti
  aspettavo".
  Entrò in cucina, sul tavolo
  c'era il caffè fumante che Silvia aveva appena versato,
  i loro tempi erano cronometrati, sulla scia di
  un'abitudine per cui anche gli orologi sembravano
  inutili. Uscivano alla stessa ora per andare al lavoro, e da
  molto tempo le poche parole che si dicevano, prima di
  uscire, alle quali Sergio avrebbe preferito il silenzio,
  erano solo tese sollecitazioni di impegni in sospeso, di
  cose da fare, che Silvia immancabilmente gli rimarcava e a
  cui lui, svogliato ed estraneo, assentiva. Sempre le stesse
  parole a cui avrebbe certo preferito il più pieno
  silenzio.
  Più estraneo di sempre bevve
  rapido il caffè, poi subito si alzò.
 “ Io vado a scuola... ci vediamo...” mentre lo
  diceva, si era già pentito. Perché le aveva mentito? Sarebbe stato più saggio
  dirle che si era dato malato.
  Sapeva quanto
  fragile fosse quella bugia, e certo lei avrebbe saputo della
  sua assenza, non le sfuggiva mai niente.
  Per lui quella bugia era una sorta di diga temporanea,
  grazie alla quale gli sembrava di potersi liberare
  immediatamente, di potersi esentare da domande e altre
  domande, cui avrebbe dovuto rispondere con altre bugie, in
  una sequenza senza fine.
  In effetti, nel
  pronunciare quella frase, neppure l'aveva guardata
  negli occhi: stava dicendo la stessa frase che ripeteva ogni
  mattina, la frase più normale fra loro. Ma, il sapere che
  non era sincera, bastava a trasformare tutti i suoi
  comportamenti, rendendoli a loro volta non spontanei e
  insinceri.
  Questo non sfuggiva alla
  percezione di Silvia; ma tutto, da sempre, era così
  inestricabile e privo di possibilità di comprensione, che
  non ci fece caso più di tanto.
  Si sentiva spinto da una frenesia di vedere il più
  presto possibile Irene, un bisogno così forte, come di una
  droga. In pochi minuti arrivò nel cortile della casa di suo
  padre, posteggiò l'auto, celata alla vista sotto un
  piccolo portico, e già era davanti alla
  porta. Stava
  per suonare, poi vide che la porta era solo accostata, gli
  bastò spingerla piano per entrare.
  Irene lo stava aspettando, veloce si era avvicinata
  dopo aver sentito la macchina. immediatamente si
  abbracciarono, sulla scia del loro flusso emotivo, di un
  abbraccio profondo e interminabile,  amalgama delle
  loro energie. Per tanto tempo rimasero così, immobili,
  provando un'indicibile pace; tutte le tensioni che in
  quelle ore li avevano attraversati nel desiderio di
  ricongiungersi, adesso, dentro quell'abbraccio, erano
  svanite.
  Da lì, silenziosamente,
  passarono in cucina, dove sedettero al tavolo, lei aveva
  preparato un caffè. Le loro effusioni, che vivevano di
  sguardi, di rapide carezze, di sensuali contatti, non
  cessavano, spinti dalla loro impulsiva attrazione; nella
  stessa stanza c'era anche Giovanni, nel suo solito
  angolo, come sempre muto e apparentemente inconsapevole. Non
  potevano non chiedersi se davvero non si accorgesse di nulla
  e se i loro comportamenti affettivi non fossero fuori luogo
  davanti a lui; ma niente faceva loro pensare che lo
  toccassero in qualche modo. Soprattutto non credevano per
  nulla che quel loro espresso amore, potesse essergli in
  qualche modo dannoso. A Sergio parve addirittura di cogliere
  un bagliore divertito, nello sguardo diversamente perso di
  Giovanni.
  Rapidamente si raccontarono le
  loro ultime ore, dopo che si erano lasciati il giorno prima.
  Soprattutto Sergio provò a raccontare tutte le sensazioni
  del suo rientro a casa, e tutta l'ambiguità
  irrisolvibile, o che almeno lui così sentiva, dentro cui si
  era sentito immerso; ma si dissero soprattutto il calore che
  avevano  continuato a sentire inalterato dentro di loro
  anche dopo che si erano divisi, e il parallelo bisogno
  avevano avvertito forte di toccarsi di nuovo, assorbirsi
  ancora.
 
  Elena quel mattino stava facendo il suo solito giro di
  spese, e anche la sua solita passeggiata, con la speranza di
  incontrare qualcuno con cui chiacchierare  e tenersi
  sempre informata sulle ultime piccole o grandi vicende che
  potevano essere successe nel groviglio di interessi,
  famiglie e persone, del piccolo paese.
  Era stato forse un caso (caso che, comunque, lei
  aiutava in tutti i modi), per lei, vedere la macchina di
  Sergio girare ed entrare nel cortile del padre; il moto di
  sorpresa era stato immediato, ma poi aveva subito messo a
  fuoco ciò che da tanti giorni aveva capito. Di
  sorprendente, si disse quasi sorridendo tra sè e sè, non
  c'era proprio nulla: era solo un appetitoso altarino, di
  cui le sarebbe piaciuto avere il monopolio dell'intero
  disvelamento. Sapeva per certo che Sergio, per consuetudine,
  a quell'ora dal padre non ci sarebbe mai andato, e per
  lei non c'erano molti dubbi sulle ragioni di questa
  eccezione.
  Gironzolò ancora alcuni minuti
  per la strada, prima di decidersi a puntare dritta verso il
  suo obiettivo. Sentiva un certo disagio all'idea di comportarsi
  troppo da impicciona, ma un disagio che aveva subito
  accantonato, tanto forte era la sua curiosità di scoprire
  senza veli come stessero le cose.
  Si decise e, a passi veloci, entrò nel cortile. Di
  qui, con forzata indifferenza, andò verso la porta di
  servizio, fiduciosa di trovarla aperta come, con grande
  soddisfazione, la trovò.
  In fondo, per lei
  tutto questo rientrava nella normalità: da molti anni
  frequentava quella casa, per interventi di assistenza, più
  o meno frequenti, al vecchio Giovanni. Per questo era
  diventata per lei una prassi normale entrare per quella
  porta, e anche in quel modo non programmato, per questo lo
  faceva sentendosi dalla parte della ragione.
  Arrivata davanti alla porta della cucina, si fermò un
  istante: sentiva dall'interno parole più sussurrate che
  dette, che non riusciva a capire. Certo le percepiva come
  molto confidenziali, affettuose; lo avrebbe desiderato, ma
  non osava prolungare troppo quella sua situazione di ascolto
  furtivo. Si decise ad entrare; bussò sulla porta in modo
  lieve un paio di volte e, senza attendere risposta,
  l'aveva già spinta e spalancata. Ciò che vide non le
  lasciò dubbi nell'interpretazione del rapporto che
  poteva esistere fra Sergio e Irene.
  Come in una fotografia scattata all'improvviso,
  Elena li colse mentre, distolti dal suo ingresso nella
  stanza, si scioglievano rapidamente dal loro abbraccio,
  probabilmente da un bacio, pensò.
  Elena subito assunse un comportamento che significava
  di non aver visto niente, o quasi niente, e che comunque
  quello che aveva visto non avesse importanza.
 “ Scusate, forse disturbo, ma non sapevo fossi qui,
  Sergio. Passavo di qua ed avevo pensato di fare una visita a
  Giovanni per vedere come stava.”
  Il desiderio di Irene sarebbe stato di risponderle,
  senza mezze misure, che immaginava perfettamente quali
  intenzioni l'avevano portata là, e in quel modo
  inatteso. Ma, per quanto fosse certa delle sue
  interpretazioni,
  non le riusciva di essere così diretta, di negare con forza
  le vesti di apparenza indossate da altri. Non era nel suo
  carattere. Rispose in tutt'altro modo.
 “ No, nessun disturbo, anzi a Giovanni fa certo piacere
  vederti, ogni tanto ti nomina, e si che lui non ricorda
  quasi nessun nome... prendi un
  caffè?” “ no grazie, devo ancora andare in un sacco di
  posti, sono sempre di corsa” rispose Elena, mentre il suo
  sguardo indagatore si era rivolto su
  Sergio. Gli chiese
 “ come mai qui, Sergio, oggi niente scuola?” fingeva
  disinvoltura, ma inrealtà, per quanto le apparisse una
  persona semplice, le suscitava sempre una certa soggezione,
  col suo modo distaccato, indifferente ai cerimoniali, alle
  formalità. Con lui si sentiva scoperta, le normali
  schermaglie e recite della vita erano davanti a lui
  completamente inefficaci.
 “ No, oggi mi sono preso un permesso, sono venuto a vedere
  mio padre,  adesso vado in città... devo sbrigare
  certe faccende di burocrazia di cui farei volentieri a
  meno”
  Rispondendo, Sergio aveva cercato di atteggiarsi alla
  massima naturalezza, ma intanto, e sempre impulsivamente,
  continuando a giustificare la sua assenza da scuola con
  sempre nuove bugie. Era infastidito da se stesso,
  pensò.L'imbarazzo tra loro era tangibile, fu Sergio
  allora, perché forse di più faticava a sopportarlo, a
  interromperlo.
 “ Ora vi saluto, devo sbrigarmi, alla prossima allora”
  Detto questo, senza neppure aspettare risposte, con modi
  quasi furtivi, uscì dalla cucina e se ne andò.
  Elena, che avrebbe volentieri seguito il suo esempio, si
  sentì quasi costretta a recitare fino in fondo la parte che
  aveva iniziato. Si accostò a Giovanni, che come una statua
  se ne stava immobile nel suo solito angolo.
  Con enfasi invadente gli stropicciò il viso, come fosse un
  bambino, intanto gli rideva e gli parlava ad alta voce
 “ come stai Giovanni? Allora sei contento di vedermi? Ti
  ricordi di me? Di Elena?”
  Dopo tanti stropicciamenti ed insistenze, come se si fosse
  svegliato da un lunghissimo letargo, Giovanni bofonchiò
  alcune parole, che per i non “ addetti ai lavori”
  sarebbero forse riuscite incomprensibili; per quanto
  Giovanni fosse quasi sempre chiuso in un mutismo quasi
  assoluto, muto non era, e qualche volta accennava qualche
  parola o delle frasi elementari. Spesso se ne usciva con
  cenni che si riferivano al suo più lontano passato; qualche
  volta, quando ritrovava la voce, lo faceva anche con un tono
  perentorio, quasi autoritario, attraverso cui riemergeva con
  chiarezza la persona un po' brutale e autoritaria che
  era stato.
 “ Chi sei tu? Io non ti conosco, cosa vuoi da
  me?” La sua
  uscita aumentò il disagio, anche se lui non aveva davvero
  più memoria di nessuno, con l'eccezione dei due figli,
  che sempre subito distingueva e di cui ricordava il nome.
  Elena pensò bene di trattenersi, comunque, ancora un
  po', ravvivando la conversazione con Irene,  forse
  anche col desiderio di provocarla.
 “ Lo so, lo so, che la sua memoria va e viene, e magari in
  un altro momento si ricorda bene di me...” una piccola
  pausa, poi subito continuò “ allora, come ti trovi qui?
  Con Augusta va bene? E' un po' severa, ma poi anche
  giusta, basta saperla prendere. Con Sergio mi pare ti trovi
  bene e mi pare che ti stia aiutando molto ad ambientarti.
  Devo dire che, per tutto il tempo che sono venuta qui, non
  l'avevo mai visto così presente  premuroso con
  Giovanni” Lasciò
  cadere con noncuranza queste osservazioni, e Irene,
  seppure la sua indole la portasse alla gentilezza, non aveva
  nessuna voglia di continuare quella conversazione. Le
  allusioni, neppure molto celate, la disturbavano, e si
  sforzò allora di essere quanto più evasiva e sbrigativa
  possibile.
 “ Si, mi trovo bene qui. Ho nostalgia di casa, certo,
  soprattutto  vorrei vedere i figli, ma mi trovo bene.
  E' un ambiente tranquillo e gentile. Scusami però
  adesso Elena, adesso mi devo sbrigare, ho lenzuola e vestiti
  da mettere in lavatrice”
  Elena, capendo che non c'era terreno fertile per le sue
  domande maliziose, dopo qualche breve commento, si decise a
  sua volta di andare.
  Appena si trovò in strada, si senti agitata, combattuta tra
  il forte desiderio di andare in giro a spettegolare sulla
  ghiotta novità che aveva scoperto, e la titubanza nel
  farlo, sia per i legami che aveva con quella famiglia, sia
  per non rappresentarsi proprio come l'inguaribile
  pettegola che era.
  Così si dominò nel suo spontaneo impulso di mettersi
  subito a ciarlare con le prime persone incontrate sulla via,
  e cominciò a riflettere su come meglio le sarebbe convenuto
  comportarsi.
  Si aspettava da un giorno all'altro una telefonata di
  Augusta, la chiamava sempre per incaricarla di qualcosa
  presso il padre, e allora avrebbe pazientato fino a quel
  momento e in quella occasione avrebbe certo trovato le
  parole giuste, dette con astuzia, un po' in sordina, per
  mettere sul tavolo tutto quello che accadeva in quella casa;
  solo allora, senza più scrupoli, avrebbe potuto scatenare
  la sua lingua lunga per le vie del paese.
  Non passarono che poche ore, Elena stava pranzando, quando
  la telefonata di Augusta arrivò.
 “ Ciao Elena, più tardi andresti a dare un'occhiata a
  Giovanni? Gli potresti misurare la pressione e intanto vedi
  come stanno le cose... non mi fido molto di quella là, mi
  sembra un po' addormentata, e che pensi più ai fatti
  suoi che non a quello che deve fare, l'altro giorno
  l'ho anche rimproverata, che il bagno non era pulito
  come doveva essere. Lei mi ha risposto che le sembrava
  pulito, ma già, a quelle basta venir qua a portarsi a casa
  i loro soldi, e se non le controlli bene, e quando non fanno
  di peggio, portano solo disordine e confusione. Allora, per
  favore, puoi andare fino lì, poi mi riferisci?”
  Elena restò per qualche attimo in silenzio, le sembrava
  adesso il momento buono per assestare il suo colpo, e si
  lanciò nell'impresa.
 “ Io davvero ci andrei subito, lei sa bene, Augusta, che
  con lei mi sono sempre trovata bene, e con la sua famiglia,
  vero? Però questa volta non me la sento. Combinazione sono
  passata di là proprio stamattina, ma mi hanno fatto sentire
  davvero come un'intrusa. Dico “ mi hanno fatto”
  perché c'era anche Sergio, là. Lei sa bene che a me
  non piace “ parlar male”, insinuare sospetti, e neppure
  posso dire di aver visto niente, o almeno non ne sono
  sicura, ma là c'era qualcosa di strano, fra Sergio e
  Irene. Davvero mi hanno fatto sentire persona sgradita, e,
  lei lo sa bene, Augusta, io ho una dignità, e dove non mi
  sento gradita evito di andare. Ma, naturalmente, se mi
  potrà assicurare che sono state solo mie cattive
  percezioni, lei sa che potrà sempre contare su di me... ma
  per adesso preferisco aspettare quelle sue
  rassicurazioni”
  Nel sentire quelle confidenze subito si scatenò la rabbia
  di Augusta; un'ira che probabilmente era insita nel suo
  carattere, e che premeva costantemente in lei per uscire,
  che forse sentiva quasi come una liberazione. Era evidente,
  e il trovare qualsiasi pretesto per darle sfogo quasi
  costituiva per lei un piacere; il fratello era uno degli
  obiettivi principali di questa sua insita rabbia,
  anche se non sempre le riusciva facile scontrarsi con
  lui. Infatti si erano troppo irrigiditi fra di
  loro. Questa le
  sembrava una buona occasione, e con buoni motivi, così come
  qualsiasi falla che le sembrava di trovare nei comportamenti
  di lui, l'aveva sempre riempita di una smisurata
  passione rabbiosa; e siccome non sapeva bene come avrebbe
  potuto riversarla direttamente sul fratello, già pregustava
  quando l'avrebbe fatto su Irene, certa che aggredire lei
  sarebbe equivalso ad aggredire Sergio.
  Così, con
  intollerabile alterigia, Augusta da quel momento cominciò a
  recarsi dal padre numerose volte al giorno, con le scuse
  più inverosimili. Creava dei problemi a Irene, facendole
  continuamente osservazione sui suoi modi di condurre la
  gestione della casa e di badare all'anziano. Si trattava
  di sfumature, in quanto Augusta faticava a mettere a fuoco
  reali mancanze nell'adempimento di Irene delle proprie
  mansioni. Ma l'accanimento divenne accanimento vero,
  quella nuova aura di felicità possibile che Augusta
  respirava in quella casa, che di felicità ne aveva
  conosciuta così poca, sembrava mandarla intimamente in
  crisi.
  In questo modo,
  ancora più di una moglie tradita e gelosa, lei si agitava
  in casa di Giovanni; appunto ci andava molto più
  frequentemente del solito, capitando a tutte le ore, anche
  di notte. Irene colse perfettamente, in quelle occasioni,
  gli occhi di Augusta dardeggianti sugli eventuali segni
  della possibile presenza di Sergio tra quelle
  mura. Quando, invece, Sergio c'era davvero,
  nonostante che l'atmosfera fosse così difficile per
  loro, ugualmente erano presi dalla grande tenerezza
  reciproca che li avvolgeva come luminosa bambagia, facendo
  loro provare una pace interiore che nessun evento esterno
  riusciva a compromettere. Non era necessario che si
  dicessero molto, e anche se appena possibile si parlavano,
  non era perché avvertissero importanti delle spiegazioni, o
  motivi, ma solo per il reciproco piacere di mescolare le
  proprie voci, di arricchirsi ognuno delle parole, e quindi
  dei pensieri, dell'altro. Gli abbracci erano fugaci, in
  realtà si sentivano sempre come braccati; in quella
  fugacità avvertivano il dolore della percezione che gli
  altri avevano, o avrebbero avuto, della loro relazione, che
  in nessun modo poteva essere recepita per cosa era o loro la
  sentivano, di puro amore. Per quanto entrambi
  sentissero che questo - la percezione della gente -
  non aveva una reale importanza, ugualmente erano
  consapevoli che l'essere nel mondo presentava loro quel
  costo da pagare: l'inaccettabilità del loro
  legame. Così, nonostante Irene trascorresse molte ore
  della notte sveglia a immaginare un possibile futuro per
  loro, nemmeno per un attimo pensò che davvero un futuro
  concreto fosse per loro possibile. Percepiva e capiva
  l'essenza di lui, fragile e forte insieme e molto
  particolare: sentiva lui come una pianta che fosse
  incredibilmente cresciuta tra i sassi, ma che da quegli
  stessi sassi non potesse essere sradicata, se non perdendo
  completamente la propria possibilità di
  vivere. A questi pensieri, improntati sempre alla
  comprensione più forte che riuscisse a sentire per la
  natura complessa di lui, che del resto lui così
  candidamente e con generosità le offriva spontaneamente
  come essenza stessa dell'amore che le dava, a questi
  pensieri erano andate aggiungendosi delle preoccupazioni.
  Aveva ricevuto delle telefonate, quasi minacciose, di Carlo,
  suo marito. Anche i suoi figli avevano per lei nuovi toni,
  più freddi, quando li chiamava. Aveva il dubbio che, con il
  passa parola delle badanti del suo paese d'origine,
  qualcuno avesse debitamente messo la pulce nell'orecchio
  ai suoi familiari a proposito della sua vita privata, presso
  quella casa dove lavorava. Ne era angustiata e
  in pena, ma ugualmente non riusciva a sentirsi in colpa: le
  ragioni dell'amore sentito con immediatezza erano troppo
  forti in lei per pentirsi della sua relazione con Sergio.
  Soltanto, con angoscia, si chiedeva quanto tempo restasse
  loro a disposizione per potere stare ancora vicini, e
  assorbirsi uno nell'altra.
 

💬 0
© Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
I fatti e i personaggi narrati in questo racconto sono frutto di fantasia: ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
‹ Racconto precedente
Considerazioni sul sogno di tre peones della citta’ di tampico durante l’ora d
Racconto successivo ›
Satyricon Now 1 (L'introduzione)
‹ Precedente di Michele Serri: "Un'altra vita" cap. 29
Successivo di Michele Serri: "Un'altra vita" cap. 31
M
L'autore
Michele Serri
Tutti i racconti →

Commenti (0)

Accedi per lasciare un commento.Accedi

Ancora nessun commento su questo racconto. Se ti va, scrivi il primo!