Germogli di periferia
il profumo dei gelsomini
L’aria, qui in Puglia, sa di salsedine e di gelsomini, un intreccio dolce e amaro che si posa sulla pelle come un velo
invisibile. Una brezza calda, carica di sussurri antichi, di echi di lingue che il tempo ha quasi cancellato e di dialetti
aspri, ruvidi come la pietra leccese, accarezza i vicoli. È in questo dedalo di case bianche, abbaglianti sotto il sole
implacabile, e di silenzi che a volte sembrano ostili, che Leila si muove. I suoi occhi, pozzi profondi e scuri come la
notte senza luna, scrutano il mondo con una curiosità che non si è mai spenta, e i suoi capelli, ribelli e indomiti,
sfuggono con grazia al foulard leggero che a malapena li trattiene.
Dieci anni prima, questo paesino l’aveva accolta con una diffidenza palpabile, quasi un muro invisibile eretto
attorno a sé. Lei, una ragazzina fuggita dall’Iran, un’ombra di paura negli occhi, giunta qui con sua madre, Fariba.
Fariba, una donna fiera, la schiena dritta come un fuso, il coraggio cucito addosso come un abito, ma lo sguardo, ah,
quello sguardo era segnato da una paura antica, da una rabbia che covava sotto la cenere, per ciò che aveva lasciato,
per ciò che le era stato tolto.
Fariba aveva abbandonato Teheran non per scelta, ma per necessità, per proteggere Leila, per offrirle un lembo di
cielo dove potesse decidere da sé, senza il peso di un hijab imposto, senza il giogo di regole soffocanti che le
avrebbero rubato l’anima. In Puglia, all’inizio, si erano sentite come radici strappate brutalmente dalla loro terra
fertile, gettate in un terreno arido, sassoso, dove sembrava impossibile attecchire. Le occhiate curiose, i sussurri che
le seguivano come ombre, l’isolamento che le avvolgeva come un sudario. Ma Fariba, con quella sua forza
silenziosa, quella tenacia che solo le donne che hanno conosciuto il dolore possiedono, aveva iniziato a tessere, filo
dopo filo, legami fragili ma resistenti. Aveva fatto fiorire il suo talento di sarta, le sue mani sapienti avevano iniziato
a colorare i grigi vicoli con abiti dalle stoffe preziose, ricami che non erano solo decori, ma racconti intessuti, storie
di terre lontane, di profumi speziati e di canti malinconici.
Leila, come un germoglio testardo che si fa strada tra le crepe dell’asfalto, aveva imparato la lingua, assorbito i
colori vividi e i suoni aspri della sua nuova casa. A scuola, per un tempo che le era parso eterno, era stata la
straniera, l’altra, quella diversa. Ma poi, la sua passione, la fotografia, aveva iniziato a parlare per lei. Il suo modo
unico di catturare la bellezza nascosta, i dettagli che agli altri sfuggivano, la luce che si posava su un volto anziano,
la ruga di un sorriso, il gioco d’ombre in un portone antico. Le sue foto, esposte nella piccola galleria del paese,
erano diventate finestre aperte su mondi diversi, un ponte delicato tra culture, un inno silenzioso alla rinascita.
Il giorno della festa del paese, l’aria vibrante di musica e risate, Leila, con un abito di seta turchese che Fariba aveva
cucito per lei, un capolavoro di leggerezza e colore, si mescola alla folla danzante. I suoi occhi, in quel turbinio di
volti, incrociano quelli di Antonio. Un ragazzo dal sorriso timido, quasi nascosto, e le mani sporche di terra, oneste,
come le sue. Antonio, che coltiva ulivi secolari e sogna di ridare vita all’antico frantoio del nonno, è catturato dalla
sua forza, da quella capacità di Leila di vedere oltre le apparenze, di cogliere l’anima delle cose.
In quel momento, tra il profumo dei gelsomini e il brusio della festa, Leila capisce. Le sue radici, pur profonde e
forti, non la legano più a un solo luogo. Lei non è solo iraniana, non è solo pugliese. Lei è un albero, con rami che si
allungano verso il cielo infinito, foglie che assorbono la luce di due mondi, e fiori che profumano insieme di
gelsomino e di spezie, un inebriante, unico, profumo di casa.
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