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Dramma 26 agosto 2026 · lettura 9 min · 3 letture

Raccontami

Annamaria Gennaioli 66 racconti pubblicati
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Raccontami. 

Le storie sono tante e cominciano quasi tutte con un filo rosso che le attraversa e le unisce: la paura, la gioia, il dolore, la serenità. E poi c’è l’ amore, quella parola capace di contenere la follia più dolce e la ferita più profonda.

Pazzi d’ amore, si dice. E forse l’ amore, quando è sincero, ha davvero qualcosa di folle: un pizzico di ebbrezza che dona, crea, genera meraviglia. Ma quando non è ricambiato, quando viene confuso con il possesso, con il bisogno o con la sopraffazione, allora può diventare una prigione.

Per secoli alle donne è stato insegnato a sopportare. A non alzare la testa, a tacere, a fare il proprio dovere. Agli uomini, invece, è stato spesso concesso di essere padroni, prepotenti, incapaci persino di conoscersi. E quando non ci si conosce, ci si perde. L’ amore, quello vero, non ha etichette: uomini che amano uomini, donne che amano donne, uomini e donne che si incontrano e si riconoscono. Non c’è nulla di diverso nell’ amare. L’ amore non ha bisogno di un’ etichetta, ha bisogno di verità.

Questa è la storia di una donna ormai sulla soglia dei settant’ anni.

La chiameremo Meri.

Meri era nata sotto un cielo difficile. Non voluta, non molto amata, sempre ligia al dovere. Era venuta al mondo con una displasia congenita delle anche, una condizione che un tempo veniva curata in modo molto diverso da oggi. I bambini venivano ingessati, immobilizzati, sottoposti a cure lunghe e faticose. La sofferenza era grande, anche quando alla fine si raggiungeva una discreta normalità.

Meri crebbe così: prima bambina claudicante, poi ragazza, infine donna. Portava addosso una fragilità che le faceva vergognare del proprio corpo.

Poi arrivò il primo ragazzo che le fece gli occhi dolci.

E lei ci cadde come una pera cotta.

Era bella, Meri. Somigliava ad Audrey Hepburn: magra, esile, delicata come un fuscello di fiume capace, non si sa come, di sorreggere un nido.

Per la prima volta si sentì desiderata.

Forse pensò che quello fosse l’ amore.

Si era immaginata tenerezza, baci, carezze, parole sussurrate, sogni capaci di sollevarsi dal letto d’ erba dove si era coricata per vivere la sua prima avventura.

Invece trovò la brutalità.

Un gesto animalesco, privo di tenerezza, che le lasciò dentro più dolore che meraviglia.

Lei amava.

O almeno credeva di amare.

Ma quello che aveva ricevuto era stato soltanto forza, bramosia, possesso.

Il ragazzo rimase accanto a lei finché non si stancò. Poi tornò sui suoi passi, perché Meri era rimasta incinta.

Sperava in un maschio.

Un figlio da educare a sua immagine e somiglianza.

Nacque invece una bambina.

E lui, deluso, non andò nemmeno a vedere la madre e la figlia.

Quando finalmente si presentò, le prime parole che uscirono dalla sua bocca furono:

« Vi ammazzo.»

Quelle parole non erano soltanto una minaccia. Erano un’ anticipazione dell’ uomo che sarebbe diventato.

Taciturno, violento, incapace di provare pietà. Amava la caccia e i cani da caccia, ma non per ciò che erano: li amava per ciò che potevano fare per lui.

Il cane, invece, non conosceva quella logica.

Il cane ama.

Ama senza chiedere quasi nulla, se non presenza.

Anche quando il padrone non merita quell’ amore.

Meri sposò quell’ uomo.

E cominciò la vita insieme.

Una vita fatta di urla, botte, minacce e fucilate.

Lei lavorava come operaia, accudiva la figlia, mandava avanti la casa, si prendeva cura del marito. Pensava a tutto.

Lui lavorava il meno possibile e passava il tempo con il fucile e il cane.

Quando tornava a casa e qualcosa non era pronto, erano botte.

Anche la bambina imparò presto a conoscere la paura.

Meri era esile come un fuscello, ma somigliava a una canna al vento: il vento la piegava, ma non riusciva a spezzarla.

Rimaneva in piedi con gli occhi pieni di lacrime.

Qualcuno, però, ogni tanto interveniva.

Un vicino, un omone dal vocione, un uomo che non aveva paura di affrontarlo. Quando vedeva Meri fuggire con la bambina in braccio e il marito dietro di lei con il fucile, usciva di casa, lo afferrava, gli toglieva l’ arma dalle mani e lo insultava:

« Stolto! Delinquente!»

E quello, improvvisamente, diventava piccolo. Zitto, con la coda tra le gambe.

Ma bastava rientrare in casa perché il coraggio gli tornasse.

E ricominciavano le minacce.

« State zitte.»

« Non dire niente.»

« Tanto vi ammazzo.»

La paura, in quella casa, si poteva tagliare con il coltello.

Era una ragnatela enorme, tessuta negli anni, nei secoli, nella cultura di un patriarcato che aveva insegnato a molti uomini che una donna fosse qualcosa da possedere e comandare.

Meri veniva anche violentata.

Lui voleva un figlio maschio e, nella sua ignoranza, pensava che fosse colpa di lei se nascevano femmine.

Poi arrivò un’ altra gravidanza.

Meri aveva paura.

E se fosse stata ancora una bambina?

Allora non esistevano le ecografie come oggi. E forse, anche se fossero esistite, quell’ uomo non avrebbe voluto saperne.

Si partoriva in casa, spesso con l’ aiuto di una levatrice. Era un altro tempo. Un tempo in cui nascere poteva essere un fatto intimo, circondato dall’ attesa e dalla trepidazione, ma anche dalla paura e dall’ incertezza.

Questa volta nacque un bambino.

Un maschio.

E lui finalmente ebbe qualcuno da crescere a propria immagine.

Così, in quella casa, i bulli diventarono due.

Due uomini da custodire, servire, accontentare.

Poi, però, la vita presenta sempre il conto.

La natura non dimentica.

Prima la malattia colpì il padre. Gli eccessi lo portarono alla dialisi e poi a un trapianto di rene.

Meri continuò ad assisterlo.

Fino all’ ultimo.

Perché anche quando l’ amore è finito, a volte resta il dovere. Resta l’ abitudine. Resta quella parte di sé che non sa smettere di prendersi cura.

Poi arrivò la morte.

E dopo meno di un anno se ne andò anche il figlio, per lo stesso male.

La falce passò ancora una volta.

E nella casa, finalmente, scese il silenzio.

Ma la cosa più strana fu proprio quel silenzio.

La figlia, cresciuta per anni senza ossigeno, non riusciva più a respirare la normalità.

Non ci si abitua facilmente alla libertà quando si è vissuti dentro la paura.

E lei pianse.

Pianse quei due uomini ormai scomparsi, nonostante tutto.

Forse li pianse perché erano stati la sua famiglia.

Forse perché il dolore non obbedisce alla ragione.

Forse perché anche chi ci ha fatto male lascia comunque una traccia.

Si disperò.

E lentamente cominciò persino ad assomigliare a ciò che aveva subito.

Quasi una bulla anche lei.

Perché la violenza, quando cresce dentro una casa, può diventare un’ eredità invisibile.

Ma Meri no.

Meri sorrideva.

Dopo una vita passata a piegarsi, finalmente poteva rialzarsi.

Era ancora quella donna un po’ storta, un po’ fragile, un po’ perduta.

Ma adesso era libera.

E forse proprio allora cominciò la parte più importante della sua storia.

Perché non è mai troppo tardi per ricominciare a vivere.

Non è mai troppo tardi per respirare senza paura.

Non è mai troppo tardi per guardare il proprio passato e dirgli:

Tu sei stato la mia storia, ma non sei più la mia vita. 

E Meri, finalmente, tornò a vivere.

 

 

 

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I fatti e i personaggi narrati in questo racconto sono frutto di fantasia: ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
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«Il patriarcato può essere sconfitto Sì. Non sostituendo un dominio con un altro, ma liberandoci dall’idea che qualcuno debba dominare qualcun altro in nome del proprio genere. Non è una guerra tra uomini e donne. È un cammino verso la libertà, l’uguaglianza e il rispetto. Il patriarcato può essere sconfitto quando nessuno avrà più bisogno di sentirsi superiore per sentirsi forte.»

L'autore
Annamaria Gennaioli
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