Oh Socrate, maestro mio

Dell'acerba scultura, il destino perenne, già perse visione di giusta dimora,
Delle tre Grazie di culto, l'ispirato genio è soffio vitale di vivida bora,
Non nella roccia, immagine del cielo, la scultura diviene,
Nell'animo solo, il solco dell'arte, dal bello proviene.
Di domanda in risposta, del vero e del giusto, tu, testimone più duro,
Satiro divino, di sapienza e di spada, dominio d'incanto del mondo più puro,
Del vano sofismo, ozioso rigurgito della vita più bella,
Fai memoria di oblio, probante simbolo di buona novella,
Maestro mio, tu che, per viltà e giustizia, dall'Areopago udisti sentenza di parte,
Io che divenni, per foco e la notte, discepolo tuo e dell'incantevole arte,
Tu che, la verità voluttuosa all'inganno preferisti, arditamente vivendo,
Ci insegnerai, dell'anima il senso, nella prigione del Mondo, dalla Terra ascendendo.
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