La panchina
Come l'alba in autunno, resa cupa dall'alito dei campi,
L'anima ormai vissuta, offusca la tua vista.
Cerchi tra i ricordi i momenti più importanti,
scarti ciò che fa male, sopravvivi con ciò che resta.
Getti nell'aria il vuoto
come le briciole per i piccioni
e stringi nei pugni il niente
che ti è rimasto perdendo occasioni.
Ti vedo ogni giorno seduto
su quella panchina che ha le tue stesse rughe,
a volte sei ancor posseduto
dai fantasmi di sale che ti brucian le piaghe.
Brontoli agitando le mani
al nessuno rinnovi le tue imprecazioni,
però poi rimandi al domani
perché adesso è un po' tardi, per le preoccupazioni.
E quindi riprendi, la strada di casa
abitata dalle ombre della tua lampadina,
dove lei, in un ritratto, ancora è in attesa
per riamarti nei sogni fino a un'altra mattina.
Poi di te resteranno due date ed un punto,
incise ai piedi di un angelo di pietra ingiallita
o un dipinto di un qualche pittor sconosciuto
che ha fissato un tuo pianto sulla panchina sbiadita.
©
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