Perché fanciullo non fui

Quand’ero un bambino
dall’orizzonte lontano,
non avrei mai voluto
chiuder gli occhi
sul mio mondo felice,
sorprendente,
talora anche strano.
Ogni cosa d’intorno,
inerte o animata che fosse,
alimentava la mente
come fertilizzante,
niente d’umano sfuggiva
la mia curiosità e s’aggregavano,
nel limbo emozionale,
le luci e l’ombre della maturità
da raggiunger pian piano.
Ma un giorno, troppo presto,
il sole non brillò piu’
negli occhi del padre e anche nei miei.
Il colore della speranza appassì
dentro muri refrattari al pianto,
alla voglia d’affetto, al dolore, alla pietà;
fu squarciato da finte madri
dalla femminilità sepolta
sotto arcani velli penitenziali,
impregnati d’afrore per immaginifici
amplessi divini e salvifici,
e da finti padri dalle lunghe
filiere di bottoni neri,
scudi d’epidermidi troppo efebiche
o troppo villose.
Così, mi disser poi,
vanno le cose,
ché nel giardino della vita
son tante le spine
e fioriscon ben poche rose.
©
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