Succube

Atroce nelle carni, brillante acciaio lancia,
o lama che recide, o forbice che trancia.
Almeno fosse vero, ti prego in un istante,
poi attimi di torpore, poi la fine, poi il niente.
Invece aleggia duro, le ore d'un passato,
e strazia lo scandire, ticchetta amplificato.
D'incanto ecco la cura, d'un tratto caldo tepore,
al nero con la luna, e giubila l'umore.
E spazza via cadaveri, e miete ombre e morti,
m'illudo e son felice, che cambian le mie sorti.
Non ho la forza d'esser, non l'ho mai detto a mia,
mi piace o sono pazza? E' instabile follia.
Ma poca è la durata, non godo del sollievo,
non so quello che faccio, ma so quel che facevo.
E' triste dipendenza, e punto il dito al solo,
ma non mi rendo conto, il suono prende il volo.
E torna la disgrazia, problemi celebrali,
la rete tutto intorno, dai buchi sempre uguali.
La spalla ormai s'è stufa, l'appoggio s'è estenuato,
non so di che motivi, ma bene così, non se n'è ancora andato.
Ho stretto un malaffare, parlar senza sentire,
c'è chi mi chiede il conto, ma qual'è il prezzo da pagare?
Non rendo più del vero, arriva la burrasca,
di questa vita in sordo, io sola son rimasta.
Son lì che guardo il ciglio, sul bordo sgretolante,
se molla il braccio magro, cadrò a morto, giù, in un istante.
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