Il mercante di sfortune

No, non lo so
sto criptando qualunque segnale
inviatomi dall’inferno.
Scotta come il ferro rovente che mi appiattisce l’anima
in lingua biforcuta s’è trasformata
quella grande carogna.
Mi piaceva correre
dove pavimento non c’era
l’aria governavo
la forza di gravità era succube di me.
Ed ora?
Vecchie bisbetiche arroventano come bachi da seta
su fatti strani che potevan esser ancora i miei.
Tu mi guardi dall’altro,
ma come alito putrido fai storcere la mia espressione facciale.
Non affievolisci
nessuno ti vuole
e lasciami stare ancor in pace.
Mi piaceva sognare
spargevo la fantasia tra verde e rosa
seminavo il cuor di unicorni e cavalli.
Ed ora?
Un braciere quasi spento è stato abbandonato in me.
Tu mi osservi ridendo
la vita è fortuna
la vita è caso
come dadi bastardi che ti fotton la vincita.
E poi perdi
e se ti rialzi fallito resterai
se schiavo di quei dadi.
Mi piaceva giocare,
saltavo i binari della ferrovia
sfidavo la morte,
saltavo gli ostacoli,
sfidavo la vita.
Ed ora?
Rigagnoli sporchi affluiscono al posto del mio sangue,
non ho pietà
né amore da darti.
Spiacente,
il faro s’è arrugginito
la luce s’è fulminata.
Nulla più c’è da queste parti.
E prima?
Prima esageravo nel vendere il cuore.
Ed ora?
Ora esagero nel vendere sfortune.
©
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