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Fiabe 18 giugno 2012 · lettura 3 min · 859 letture

Santuario (omaggio al Keith Jarrett Trio)

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La strada era buia, nel silenzio piena di odori. Vicino a me un vecchio signore, vestito nero e cappello in testa; nella mano teneva un bastone, lo sguardo fissava il cielo. “Ho voglia di sognare stanotte”, disse al nulla. Attraversò la porta, il calore innaturale stemperò il freddo di Dio. Io ero alle sue spalle, in mano una striscia di carta, un lasciapassare per il cielo. Su di esso vi era il numero di uno scranno, lo cercai con lo sguardo e col cuore, fino a trovarlo tra fiori di donna e muschio d'uomo. Stringersi in sé era naturale, un posto così grande poteva schiacciare. Vecchia elettricità illuminava l'ambiente, poi un colpo di tosse proruppe alle mie spalle. “Fallo ora e poi taci!”, non lo dissi, ma lo pensai. Cadde il silenzio insieme alle luci; coppie di mani si mossero all'unisono. Erano in tre, ma a me sembrarono mille. Con un sorriso ed un inchino, risposero al nostro saluto. Uno di loro ci guardava attraverso piccolo cerchi neri, scrutava il mondo anelando il silenzio. Presto rimasero solo i respiri, e le sue mani esperte avviarono l'incanto. Vedere il suono, i suoi colori, assaporarne gli odori e rincorrerne i capricci. Mi arrampicavo su scale sonore, trattenendo lacrime e respiro. Nel petto l'anima ringhiava, come un leone per troppo tempo chiuso in gabbia; tracce di luna sulle impronte lasciava. Arrivò il riposo, l'acqua di vita riprese a scorrere normale. Di nuovo le mani iniziarono a cantare, mentre i tre tagliavano lo spazio, riconquistando il tempo. Colpo di tosse alle spalle. “In nome di Dio non ora!”, ululò il felino. Ripresero a raccontare. Non so dopo quanto, ma ero nuovamente su quelle scale. L'aria moriva in gola, il cuore batteva timido, troppo rumore era nocivo. Quel suono era il mio scudo, fuori era freddo ed io ero troppo stanco. Combattere guerre sfianca il soldato: parole, come mortai che devastano l'anima; sorrisi, come lame che lacerano le carni; abbracci, come pensieri di Giuda. Ma la pausa era in quel luogo, flirtava con le mani dei Tre ed ammiccava alla mia anima. Non c'era posto per il male, troppo consacrato ero in quel momento. Quando smisero, le lacrime tagliarono il viso: già sentivo l'aria gelida urlare il mio nome, la vedevo mentre mi fiutava sulla strada. Le gambe non volevano, ma le obbligai a muoversi; davanti a me di nuovo il vecchio signore, un sorriso beffardo e le labbra al cielo: “I sogni non durano per sempre”, disse ancora rivolto al nulla.
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