Noccioline disperate
Oggi a lavoro ho letto un libro alla gente.
Andavo qua e là e dicevo: ‘Senti cosa dice questo’.
Tutte cose più che interessanti, quasi come delle piccole oasi,
nel gran deserto del Vanity Fair.
Poi abbiamo cantato una canzone sulla luna,
e solo dopo sono andato a bere un caffè.
Ogni volta che entro in un bar sento un sollievo leggero.
Proprio quello che cerco.
Ci sono due ragazze dietro il semicerchio del banco,
mi vado a mettere in fondo, nell’angolo.
Ordino il mio caffè. La ragazza sorride come se fossimo
ad una cena romantica. Io e lei.
Allora guardo vicino alle bustine dello zucchero, c’è un vasetto
di noccioline abbandonate lì chissà da quando,
o forse l’han messo lì proprio adesso, questo non si capisce.
Fuori dal bar la vita freme come una puttana.
Ci sono ancora le carrozze portate dai cavalli,
e i turisti che ci montano non sono mai felici.
Sembrano farlo sotto la minaccia di un fucile piantato nella schiena.
Vanno e fanno il loro giro, con dentro agli occhi la promessa
di portarlo fino in fondo questo cazzo di bluff.
Famigliole di tutto il mondo, io sono con voi!
Giro il caffè e lo sguardo non può che tornare lì, alle noccioline.
La ragazza chiede: ‘Vuoi un bicchier d’acqua?’
Forse capisce il mio dramma. La amo per un secondo
e faccio si con la testa, bevo il mio caffè,
e scolo l’acqua tutta d’un sorso.
Tutt’intorno ci sono persone che non complottano contro di me
anche se sembra.
Forse potrei morire lì davanti e finirebbero lo stesso
il loro drink con l’identico umore del primo sorso.
Prendo d’istinto uno di quei piccoli tovaglioli
che stanno sul banco dei bar. Che fascino.
Lo prendo e pulisco un angolo del bancone che
sembrava sporco ma in realtà non lo era.
Porto anch’io il mio bluff fino in fondo,
non nascondendo un sorrisetto più cosmico che comico.
Saluto la ragazza sperando che mi chieda
di scopare stasera stanotte e domattina,
ma stranamente non accade quasi mai e ogni volta
è una gran delusione da un secondo.
Uscire dal bar, poi, è come quando da ragazzini
ci chiamava la mamma dal balcone ed era pronta cena.
Giocavamo quelle partite di pallone impossibili da interrompere.
Sembra incredibile, ma la voce della mamma
rovinava il sogno.
Tornavamo a casa pronti un’altra volta a farci valere
nella nostra buffissima lotta
e mangiavamo spesso a testa bassa alla destra del padre.
Penso a tutto questo, nei tre passi che mi bastano ad uscire.
Poi, fuori dal bar, tutto ha di nuovo inizio, niente ha fine mai.
E a guardarlo bene, sembra un incubo ben riuscito.
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Commenti (1)
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Amara19 agosto 2012
...io credo sia una cosa bellissima... il tuo tipico passo vicino alla prosa portato al limite... con dentro la poesia... ti si può seguire e vedere in ogni parola... ascoltandoti raccontare e 'dire'... in un linguaggio che è davvero tuo... come si dice?... bomba!! ^^
