Terra avara
Era partito con il treno del Nord,
aveva lasciato il sole,
la terra avara.
Nella valigia logora la nostalgia,
ben chiusa,
nel cuore la speranza.
Aveva indossato l’abito scuro,
un po’ lucido,
ancora buono,
stirato da mani dolenti.
All’occhiello un fiore finto
di quando Ninetta aveva detto si.
Ninetta in grembo
custodiva la creatura,
in trepida attesa,
e spargeva lacrime la notte,
per una vita grama,
sulle brune zolle.
Tornerò presto, vedrai!
E il cuore scandiva
i battiti della rabbia
per la terra avara.
La moglie giovane, le sue carezze,
il figlio... in viaggio,
quando li avrebbe visti?
Non gli restava molto,
solo nostalgia e speranza.
E’ tornato!
E’ tornato col treno del Sud.
Ha imparato a dire
schiur, madunina, piccinin,
con bastardo accento meneghino,
ma non ha più all’occhiello
il fiore dell’allegria.
Svanita la nostalgia,
la speranza pure,
resta il sorriso di un bimbo,
l’amore di Ninetta,
resta il povero terrone,
sull’amara terra avara.
©
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