Geranio

Ne sento la paura mangiarsi l’anima
impavida mi son sentita
ma nulla potrei far contro forze che scottano quanto il sole.
Guarisco di bugiardi risentimenti
non perdo il tempo che rimane
neanche una lacrima sulla lapide che segnerà il mio breve vissuto.
Vedrò lacrimar altri sulla pietra fredda e muschiosa
quella che avvolgerà insensibile la mia salma grigia.
L’anima s’ammorbidirà lieta sull’erba fresca
tra tombe affollate e loculi senza visitatori.
Non chiedermi come io sappia
chiedimi come io faccia ad esser così viva,
domandami di gioie stranite
si, quelle che passeggiano sulle mie labbra
e di quel che abitano la mia mente.
Resterà poi quel manoscritto tiepido
racconterà del gesto sconosciuto
che la mia mano ha voluto scalfire.
Sento ora l’odor dei gerani
quelle rossicce creature
quelle che stringevan la mia casa infante.
Li ricordo, si ora,
baciano il mio ricordo
e mi fan tremar tremante come bozza di terra crollata.
L’olfatto si fa più flebile
al sentir l’odor della morte
quella che mi attraversa corpo e materia
quella che mi raccoglierà da terra a momento giunto.
E sarò ambiguamente felice.
Non chiedermi come io sappia
chiedimi come io faccia ad esser così stolta.
Arriveranno le ventiquattro ore
mi bagneranno il viso di gerani strizzati
e ne godrò incerta.
Non chiedermi il perché di tutto questo
chiedimi come si trasforma la carne in inchiostro
seppur morti.
Butterò giù solchi sul bianco foglio
e mi ricorderai così seppur statica
mi ricorderai in vita tra le mie parole d’inchiostro.
©
Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
Commenti (0)
Accedi per lasciare un commento.Accedi
Ancora nessun commento. Scrivi il primo!