Vedete che gambe che ho!?
Quando sputo nel lavandino sento la banda.
Ho imparato da molto piccolo il gusto sadico
della morte immaginata, desiderata, organizzata.
Il tempo di un posto senza tempo, di te dopo di te,
il posto dove sonno e malattia coincidono.
Eppure un tempo di cui non v’è memoria,
come può essere esistito?
Quando sputo nel lavandino sento la banda.
Ho imparato da molto piccolo il gusto sadico
della morte anche vera, quando uccidevo gli insetti
senza pietà, li torturavo, li deridevo,
vedevo in loro me dopo trent’anni. Adesso.
Li uccidevo perché loro mica sentono niente,
loro sono messi lì per gente come me e te.
E quando sputo nel lavandino ritornano.
Gli insetti e tutti gli altri.
Una lucertola di trent’anni fa che annegai nel piscio,
un gatto che lanciai dal terzo piano, il nido di
vespe che feci esplodere in una nuvola
di tachicardia. La corsa, la gamba volante e
le case calde, le cene nel deserto. Tutto ritorna
come una musichetta.
Ho paura. Una paura marcia,
quando sputo nel lavandino.
Ma adesso, in questo momento caldo che per
convenzione chiameremo presente,
ci rido sopra.
Il desiderio non convince una coscienza
eterna, collettiva. Il desiderio non convince
una carcassa e non colora nessun telo,
non approda a nessuna isola senza mostrarti
un’altra isola ancora. Un arcipelago di
stanze vuote.
Quello che io non sarò è già mostrato.
Quello strano caso della vita che hanno
stabilito fosse mia, è in realtà un difetto di
fabbrica. Una mutazione intollerabile
di controsensi in sensi stanchi, facili, presi
all’amo dell’abitudine come i piccoli
salti del rospo.
Quello che io non sarò è il passato,
la pelle bianca di una donna dall’odore
di muschio, il bambino allegro
dei racconti da dopocena.
Solo questa calda notte mi è data,
ed è il mio amore per lei a dare il nome
alla paura. Vedete che gambe che ho!?
Belle, lunghe, muscolose al punto giusto
da non resistergli.
Ed è il mio amore per loro a dare il nome
al tempo.
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