Questo esistere inurbano
Rosso il legno scorticato del sughero su in Giara
si protende verso l’acqua cheta dello stagno in tufo.
Le libellule ronzanti tra le canne, in una gara
descrivente traiettorie corte, come il tempo di uno sbuffo.
Gli zoccoli dei cavalli bradi, calpestanti il suolo
aspro, affollato di arbusti sempreverdi, avvinto stuolo
di ginestre e rosmarini, di lentischi ed olivastri
scampati alla furia cieca dei momenti più nefasti.
Questo esistere inurbano dal respiro atemporale,
nel suo incedere speciale sembra quasi che coinvolga
l’ordine essenziale inscritto nelle cose: quel normale
affaccendarsi di vite tese a un fine che si colga
senza strappi, senza groppi, senza il troppo poi banale
sotterfugio contro il dubbio. Chi poi cambia non si dolga.
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