Come Ulisse
Astuto il sommo eroe tergiversava
"sono odisseo, cioè non sono niente"
così al gigante che lo sovrastava,
guatandolo con aria prepotente.
Acciò opinando, un dì, l'amico mio,
al volgare "grand'uom" che gli parlava,
tronfio e impettito come un semidio,
sputando frasi fritte assieme a bava:
"Io zio nessuno sono solamente,
solo, cioè, na' capa 'e zì vicenzu,
un pover'uom cascato tra la gente,
o come dire caput sine censu;
mi sento un bolso e asmatico sfessato,
un ciuccio per tirare la carretta,
calato dentro al mare sconfinato,
di vil messeri e guappi da operetta...
però al confronto tuo mi sento un sire,
un Dante, un Giotto, un Albert, un Leonardo...
e a te scurril carogna occorre dire
pallon son di sterco e rozzo lardo...
e poi quando rientro a casa mia,
tra le persone e cose familiari,
mollati tutti i guai fuori la via,
resto un nababbo e artista senza pari..."
©
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Commenti (2)
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S
Stefano Toschi29 aprile 2007
Sei quartine di versi endecasillabi in rima alternata. Quindi per prima cosa un plauso per la metrica. La poesia è piacevole, con una vena di stizzito sarcasmo, ma l'eroismo del sentirsi ”un nababbo e artista senza pari” a casa propria è ben lontano, ahimè, da quello di Ulisse.
Franca Pistellato30 aprile 2007
Mi aggrego al plauso di Stefano. Ottima allegoria che, mutatis mutandis, ci interpella tutti.
