“cuà si vive”.
E quel vapore
a mano a mano
che incrocia un peschereccio
pare posargli un gotto a prua
che scivola in poppa
aumentando di uno sbuffo
il suo beccheggio
fino a bere con lui
oltre il gomito del capo
per ogni porto che passa e lascia.
L’altalena apre spiragli
nei suoi guizzi
ma per quel bimbo
è solo un gioco
di spago e tavoletta
il pendolo che oscilla
e ad ogni intervallo dialoga l'ora.
Dorme la chiocciola ventosa
sulla donna in camicia
che gonna a campana
lingeria d’autunno s’accompagna.
Le belle di notte
sono un cappuccio di mantella
abbandonata sulla gruccia
la mattina.
Lassù sulla pietraia briciole di scogli
quattro mattoni e tavole inchiodate
per quattro piedi in equilibrio
c’è un uomo in mare
due grandi braccia
con quelle borse
sotto grandi sopraccigli.
Ha messo un segno
quasi un anticipo d’impronta
per dar l’addio:
“cuà si vive”.
È l’ora di chi l’avido ebbro
non bolle in ardenza
e l’ancora ha già nascosta.
Di qua e di là
si abbandona fischiando
acuto l’argano.
Non si vede né ode altro.
©
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