Lu puzzu
A pacinu, aventro a ‘n puzzu
de carge sfocata,
l’anema mea rebbolle e
‘ntornu ‘ntornu
li diauli a fa’ lu sardarellu.
L’acqua che cala
no, non me refresca
e non smorza la sete e lu calore,
e me tortura.
Alle trosce,
mancu colasse jo dall’Elicona,
s’abbeoranu lupi e passaricchi.
Quaissu peccatu io sarria fattu?
Preché un aru Tantalu a soffrìne
na sete che non vederrà mai fine?
Pe’ labbera spaccate e lengua secca
e sope ‘n core amaru
mancu la manna li po’ dà reparu.
IL POZZO
A bacìo, dentro un pozzo
di calce sfuocata,
l’anima mia ribolle e
intorno intorno
ballano i demoni il fandango.
L’acqua che scende
no, non mi rinfresca
e non spegne la sete e il calore,
e mi tortura.
Alle pozzanghere,
neanche scendesse giù dall’Elicona,
si dissetano lupi e passerotti.
Quale peccato io avrei commesso?
Perché novello Tantalo a soffrire
una sete che non avrà mai fine.
Per labbra screpolate e lingua asciutta
e sopra un cuore sofferente
neanche la manna può portare sollievo.
©
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L'autore
filiberto
Sono nato nel 1949 in un piccolo borgo in provincia di Rieti e, dopo varie peregrinazioni in tutta Italia, ora risiedo in Molise. Mi piace leggere di tutto e scrivere sia in versi liberi e sciolti, sia in rima, ma in questo secondo caso non mi sento eccessivamente vincolato dalle regole della metrica che interpreto,
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