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Donne 20 giugno 2014 · lettura 5 min · 3326 letture

Alle Donne che non ho amato

Azar Rudif 263 poesie pubblicate
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Ero di media scuola e bello e mi regalò un fil di capello per costruir igrometro, e nulla ebbi d’altro avara lei e timido io. E arrivam lesti al secondo liceo e pur di classe era lei scientifica di un anno prima vidi una bella tipa che sol voleva iscrivermi nel suo diario a me che son di semplice abbecedario, la lasciai senza companatico e senza viario che neanche un bacio mise nel suo breviario. C’era ancor verso il terzo di liceo quell’altra riccona tutta firme e smalti che a veder rossettate labbra già fuggii e anch’ella leggiadra e bella voleva sol far invidia all’amiche sue d’aver acchiappato il bell’imbusto bello, alto, aitante e pure fusto. Pria dell’ultimo liceal anno fui fregato, Giunone mi beccò e fè Giove becco che non di scuola fu la gradita conoscenza ma vicina di sdraio era licenziosa bellezza che senza indugio m’informò sul suo desio e della mia opera su lei e della sua su me. La prima notte fu come amor di mamma la seconda fu esperta passion di donna la terza fui io uomo a conoscer donna. Ma il fine settimana riportò seco il marito basso, grasso e ricco a fugar passione novella. E fu nell'estate di Lipari che giovincella mia pari pria mi diè un bacio sui mari e poi andò con tal villico che a tornar al patrio letto trovò sol le mie spalle. E ci fu alta scuola d’informatica di laute forme e franca lingua sol un complimento francese feci e mi ghermì di labbra umide che fuggii e quasi sposa voleva abbandonar l’isposo e fuggir via per quel franco complimento. Mai più proferir galliche parole, giurai se in vista state vi fosser gentil femmine di prosperose e tantacolar fattezze. E sempre all’alta scuola e ruffiana matematica furon due piccolette e belle a sbagliar conto ed uno piu’ uno non fè due e divenne tre ma io ebbi 110 con lode e bravo a far di conto corressi lesto e tosto l’error matematico e per la tangente andai con altra gitana. Venne poi la sofisticata, alta e bella che al primo appuntamento avrei potuto, ma disse che altro amava ed era un bullo ed io ero di quella notte un trastullo. Cosa? Un trastullo? E che son citrullo? Di sicuro non ero su altra sponda che con donne era bello far baraonda ed a bocca asciutta la riportai al suo grullo e senza subir fallo ebbe il suo desio nullo. Ed ecco apparir all’orizzonte legal femina azzeccagarbugli che per il bavero mi afferrò, difesa, accusa e arringa fè con passione che scriver sembrò legal citazione ed io la lasciai affidando la mia illusione alla clemenza della corte, Vostro onore! Ed or siamo al bello dell’istoria e venne chi in prime nozze sposai ma fu per parola data e non per altro. Venne altra in seconde nozze che ancor bene non cognosco. E nell’intanto galeotto fu un computer che mi diede convegno gentil dentista che pensavo incontro d’amica ma avrebbe preferito farmi un calco e legarmi con filo interdentale. Farmi legare come un involtino? Giammai! Ed ero già al confino! Sempre colpa di poetico computer una poetessa e di matematica scuola conobbi in laziali terre dal nord veniente, ma anche ella confuse matematiche somme del 2 e del 3 che già maritata e con prole voleva fare del 3 un due con grave error. Mai fui separator di coppie pari e figlioli, a studiar tornai lesto la fuggitiva tangente. C’è ancor qualcuna da ricordare? forse si e forse no, ma sicuro no che sol brezza son nei ricordi e nessun può dir d’essere amata che altro hanno sempre scambiato per amor che non conosce prezzo né chiede merce di scambio. Rimane sol quell’ultima anima che da immemore tempo ricerco e che sol ora m’appare in pure vesti e riempie le mie insonnie di sogni e senza chieder altro che parole buone e dando in cambio luce di sua anima io non ho tesori per ripagarla se non una pura amicizia di affetti e casti baci in caldi abbracci. Sol tal anima non è della schiera che da folle cantore di versi ho perso parole e intelletto per descrivere altro ed alto loco ov’ei sistemerei Amare significa dare e ricevere ove altro è prendere soltanto. A tutte voi che siete passate il mio divertito saluto e irreverente verseggiare che dopo tal scappellamento con profondo inchino ringrazio se a rialzar il capo libero vedrò oltre l’orizzonte della vita per rimetter cencioso cappello il cui inchino era sol per frescura e cambiar per altra direzione. E non sbeffeggiatemi, perfidi e divertiti lettori di tali versi senza vanto e sine storia d’esser spesso ito io in bianco che di valente pennino son uso a intinger in calami di nero inchiostro e daltonico che son prediligo spesso il bianco condir col nero.
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Non si sentano derise le più belle creature dell'universo, questi versi sono soltanto una divertita ironia su cose dove tutto è stato solo un gioco con le sue regole che io ho sempre rispettato ed ho giocato solo con chi voleva giocare. E scusate anche la lunghezza, ma la mia vita conta già tanti anni, ma ancora pochi per non giocare e ironizzare

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Azar Rudif
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Commenti (2)

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Massimiliano Moresco21 giugno 2014

Ho letto con un sorriso ironico questa poesia ironica nella quale si riassume un po' l'avventura di una vita che definirei tempestosa. E sono d'accordo, come viene evidenziato in nota, col sentire dell'autore che esprime una verità sacrosanta. Infatti l'amore talvolta può essere un gioco fugace. L'importante è presentarsi per quello che si è e mettere in chiaro ciò che si vuole senza dare illusioni.

Rasimaco21 giugno 2014

versi che con una velata quanto manifesta vena d'ironia si fanno apprezzare, il contenuto mira a ad una grande verità... che dovrebbe essere più seguita e messa in pratica. Nel complesso un testo piacevole.