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Natura 8 giugno 2015 · lettura 2 min · 1407 letture

Quelle cose ancor più deboli dell'erba

Claudia Sogno 87 poesie pubblicate
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C’è quindi la pioggia, l’acuto di un gabbiano a contare i battiti. Tu sei ancora appoggiato a quel tavolo di legno a desiderare forti nevicate. I miei piedi confermano il freddo, la carne cruda d’inverno, che nutro, mentre la sete e il bambino oltre il cielo volano, tra mille bambini dai corpi celesti di secoli. Sono tornata indietro, stanotte, ore e ore, con la disciplina di un’ape, per legare in cima alle spighe i fazzoletti cosparsi di fiori in mezzo alla betulle Ma tu resti appoggiato al tuo legno, non vuoi sentire tra le mani quelle cose ancor più deboli dell'erba, dove si sta per nascere ringiovanendo con gli occhi pieni d’antichità, di selvaggia allegria. Le mie pupille nere sono due ruscelli che si raccontano segreti mentre sbatto minuscole ali con la canzone che cerca qualcuno, il lampo di candore, nella pioggia ti avrei scritto molto tempo fa i nostri nomi protesi, impossibili da distinguere, sulle labbra; non serve altro a tacere tra gli alberi lucenti- la gioia nasce prima della gola che si apre, pronta a bisbigliare l’ultima parola, amore nel buio sconosciuto la morte è un abbaglio, nel luogo dove si posa sparge l’acqua con una pioggia fitta e due fiori di neve nel volto di ciascuno c’è molto che muore restituendo vita all’origine, là, dove il canto rimane, il gabbiano si sposa inclinando con la luce e senza fine... brilla
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