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Introspezione 5 ottobre 2015 · lettura 1 min · 1158 letture

Il paradigma dell'elefante

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Alessia Giuca 52 poesie pubblicate
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Appoggio il mio orecchio allo sterno dell'elefante, un palmo sotto alle buone azioni di chi annaspa prose con spalle curve e voce grave, come mattine che non nascono e di nebbia in nebbia si trascinano alla sera: umidi deserti a cui m'appoggio la mente, da perdente. Mi dissolvo in rumori e inchiostri cutanei, a complicare il comune sentire del possibile... Se potessi bacerei le parole non dette, le strade non percorse, le mani sfiorate ma ho ossa piccole, da insetto, lo stesso che si crede farfalla la notte e bruco con l'alba. ...E mentre gli occhi indugiano su quella deliziosa bruna rugosità, la febbre mi assale e pulso... Da qualche parte pulso.
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"Le mattine che non nascono sono le più belle": mi verrebbe da dire... Eppure lasciano uno spazio vuoto, la forma della possibilità che corrode anche quando sazia.
Il non- detto s'insinua nella vita come spiragli di luce torbida; il non- detto fa rumore; il non- detto ha voce ed aspetto alcune volte... È l'elefante a cui non guardi se non per attingere emozione anche quando sai di essere un insetto con un peso non maggiore di quello di una farfalla.
Pulsare è solo l'effetto secondario di chi ha capito che l'emozione ha mani per toccare.25 gennaio 2016
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Alessia Giuca
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