Epitafio di Orfeo
Euridìce occhi di viola
si librava nel prato fiorito,
germogliando come l'aurora
d'un giorno mai finito.
Si dice che fosse da sola
quando si chinò su un fiore
per volgerlo alle sue narici
e sentirne l'odore.
Lo sapevano le tamerici
complici, nel silenzio
quando un sibilo solcò nell'aria
profumandola d'incenso,
quando un pizzico
scalfì la pelle di Euridìce
ma non seppe spiegarsi
che fosse
quella piccola puntura
al polso che profumava
di fragole rosse.
Ma la scellerata natura
non si curò dell'aurora,
oscurando quel limpido lume
color di viola.
E lui, che ancora l'amava
non seppe sottrarsi al ricordo
e spese la vita, sperando
in un suo ritorno.
E lui, che ancora l'amava
non seppe aspettare la notte
e prese a fuggire la vita
per inseguire la morte.
Ma sfiorando quelle corde
con le sue dita,
invocava il suo nome
la richiamava in vita.
Con le note di quella musica,
nel riflesso delle stelle
sentiva un dolce brivido
sulla sua pelle.
E le donne che gli stavano
intorno, invano
gli davano retta
lottando con quel ricordo
che andava più in fretta.
E allora scelse la morte
per riportarla in vita,
per risfiorarla ancora
con le sue dita,
ma non attese la notte
per rivedere l'aurora,
per rivedere quegli occhi
color di viola.
E consegnando alla morte
queste parole,
accanto alla cetra
le pose, per un raggio
di sole.
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Commenti (1)
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M
Maria Francesca6 settembre 2007
Entusiasmante, scritta con eleganza edolcezza, veramente emozionante