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Fiabe 6 settembre 2007 · lettura 2 min · 1582 letture

Epitafio di Orfeo

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Davide D 53 poesie pubblicate
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Euridìce occhi di viola si librava nel prato fiorito, germogliando come l'aurora d'un giorno mai finito. Si dice che fosse da sola quando si chinò su un fiore per volgerlo alle sue narici e sentirne l'odore. Lo sapevano le tamerici complici, nel silenzio quando un sibilo solcò nell'aria profumandola d'incenso, quando un pizzico scalfì la pelle di Euridìce ma non seppe spiegarsi che fosse quella piccola puntura al polso che profumava di fragole rosse. Ma la scellerata natura non si curò dell'aurora, oscurando quel limpido lume color di viola. E lui, che ancora l'amava non seppe sottrarsi al ricordo e spese la vita, sperando in un suo ritorno. E lui, che ancora l'amava non seppe aspettare la notte e prese a fuggire la vita per inseguire la morte. Ma sfiorando quelle corde con le sue dita, invocava il suo nome la richiamava in vita. Con le note di quella musica, nel riflesso delle stelle sentiva un dolce brivido sulla sua pelle. E le donne che gli stavano intorno, invano gli davano retta lottando con quel ricordo che andava più in fretta. E allora scelse la morte per riportarla in vita, per risfiorarla ancora con le sue dita, ma non attese la notte per rivedere l'aurora, per rivedere quegli occhi color di viola. E consegnando alla morte queste parole, accanto alla cetra le pose, per un raggio di sole.
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Libera rivisitazione d'un affascinante mito greco

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Davide D
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Commenti (1)

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Maria Francesca6 settembre 2007

Entusiasmante, scritta con eleganza edolcezza, veramente emozionante