L'ufficio
Mi pare che il groviglio,
che gira nel mio piglio,
riflette tutto quello
che non faccio nel mio ufficio.
Quand'ecco che un mestiere,
abbassa il dispiacere,
ma poi quel monotono
si riposa nel mio trono.
Mi sento e mi riassetto,
poi butto fuori il petto,
la voce alterna gridi
e bladi gesti di eremiti.
Movenze scure e cupe,
ma forti e assai sicure,
calpestano i testicoli
di genti coi tentacoli.
Mi scosto e abbasso il tono,
quasi a chiedere perdono,
discosto l'attenzione
dalla mia, "professione".
Sarà che a star sedere,
si accetta anche il parere,
che é meglio una moneta
di una giostra nel pianeta.
Mi lascio poi ammaliare,
da femmine che a fare,
ne sanno più che un cane
a mostrare la sua fame.
Sorrisi ed erezioni,
toccate in tutti i modi,
ma basta che da in cima
si avvisi solo disciplina.
Mi lascio quindi andare,
in opere creative,
dare a quel che vuol restare
un'altra scelta per stupire.
Però quel mio rimorso,
fa sempre il suo discorso,
e il petto si dimena,
accende l'ultima sirena.
Mi prendo tutto il tempo,
pel mio operato indegno,
polmoni a rifiatare
per lo stress del lavorare.
Ma il dolce fare niente,
mi lascia troppo spesso assente,
Non vedo mai il presente
in questo calice di gente.
Mi metto ora a tacere,
costretto a risedere,
che l'uomo del terrore
ha già ripreso il mio malore.
Gestiamo la concentrazione,
più ligi e duri ed attenzione,
al caso non lasciamo nulla,
ancora una attimo... E si burlaaa...
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L'autore
Antoniazzi Marco
Troppe volte mi perdo nella razionalità e nell’irrazionalità. Quando scrivo mi trovo in momenti di difficoltà emotiva, dovuti all’eccesso che che riesco a levarmi di dosso.
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