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Uomini 7 novembre 2016 · lettura 2 min · 738 letture

La vendemmia dimenticata

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Aldo Cerri 75 poesie pubblicate
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Frigido sangue, c’ha un gran difetto inoculato col volar felice nel cielo alto fra i caldi zefiri a bocca aperta per sentir il vento, che poi crucciare come smeriglione mi fa scrutare la mia lassa preda o come la gazza ladra per brillante che da Dio dato par a me per pregio, o al favoloso basilisco verde soffiato lesto al cantar del gallo. Fallace arte, mutevole volto, dei dolci sguardi d’avvenenti donne distratte dalle apparenze vane dei dolci sguardi che il tempo ruba in tal tramonto ch’è di fuoco fatuo. D’una magagna sono prigioniero, fra terra e cielo, mentre Ariel cala a proteggere la vendemmia ancor fra i negletti tralci verdi, l’uve che son già d’oro, dolci, poco pregne che pur le volpi agognano svelte mentre gli storni a beccar van in fiera moltitudine, sui cadenti acini in abbondanza sperperati, quando non van errando al battere forte come di fruste e indolenti mani mentre risuona fragoroso l’eco. M’intenerisco e non sono saggio per tal brutale invadenza agreste che di liquido molti tini vuoti lascia di dolce umor rossastro a ribollir dentro umidi legni, per il gentil villano dal naso morello e rosse guance sul pallido viso per il ber troppo quand’è lui in festa. Or il mortale sguardo lo rattrista, il suo pensiero si offusca mentre quel far povero ch’è dignità nata, come riflessa nello specchio vecchio, pare soigné lasciata in regalo che l’immagine indolentemente ingrata, per l’amor del vero, vuole, mentre il saggio più non teme. Di noci gonfia ha la vita, mentre ancor s’inebria di buon vino nuovo, cantando forte al bel tempo terso, allor chiamando la compagna morta già di fatica per i figli distratti da assolute modernità, inutilmente sublimate come l’unica via di salvezza d’oggi ma sol strumento di credenza sciocca.
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