E io la uso
Un giorno mi svegliai con un disegno:
di fare quel ch'al mondo par poesia.
Quel giorno mi ci misi ben d'impegno
ben feci lavorar la mia follia.
La penna lasciò il segno
fu vera melodia
ma un punto apparve indegno
qualcosa apparve ria:
la rima
avea la mia poesia.
Quel giorno in prima piansi amaramente
la rima delle filastrocche sceme
la rima facilotta e un po' demente
non ne potevo fare a meno, seme
parea nella mia mente
della poetica speme
ch'avevo e allor dolente
cercai con l'Arte insieme
di eliminarla
ma tornò immantinente.
Oggi ch'ho riflettuto bene e tanto
io non mi curo più della mia rima
ma anzi la adoro e del suo uso mi vanto
ch'ho sciolto il dramma che m'avvinse prima.
Chè se in rima il canto
non è degno di stima
allor per controcanto
non fu Dante una cima
se in rima
fece sua filastrocca lunga alquanto
famosa or più che prima.
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Commenti (1)
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Antonio Terracciano20 novembre 2016
Il giovanissimo poeta (ha la "mela verde") appare già pienamente consapevole della bellezza e dell'importanza delle rime (altrimenti, come egli ci lascia intendere alla fine della sua poesia, perché studieremmo ancora Dante?) L'autore ci dice che le rime gli nascono spontanee, e che ha combattuto, senza riuscirci, per eliminarle (egli saprà certamente che anche Montale si impegnava, ottenendo un esito diverso, nella stessa battaglia) . Per quanto riguarda le rime che possono dare l'impressione di una stupida filastrocca per bambini, ciò è, secondo me, parzialmente vero, ma tale pericolo si presenta quasi esclusivamente quando si usano gli ottonari, i versi con la classica metrica della filastrocca appunto.